Rumore come ritmo?

Ieri sera mio marito-sardo-scorpione mi ha raccontato che, da quando nella sua azienda ci sono due giorni alla settimana di blocco della produzione, si è creata una situazione strana…il confort acustico è aumentato incredibilmente, si comunica senza urlare, si ha una pausa per pensare, ma il calo del rumore dei macchinari ha generato anche un calo di produttività negli uffici, come se il rumore pulsante del lavoro hard dettasse il ritmo di quello intellettuale…affascinante!

Un comune disturbo che si trasforma in ritmo, in pulsione produttiva, in energia.

Il tema del rumore è un tema di progetto straordinario, potentissimo quanto poco indagato.

“Ora non voglio far altro che ascoltare…Odo tutti i suoni che si convogliano insieme, si combinano,

si fondono in fuga…Suoni della città, suoni di fuori della città, suoni del giorno e della notte…” scrive Walt Whitman (Foglie d’erba, Einaudi, Torino, 1973, p. 72).

E’ luogo comune affermare che viviamo in una civiltà complessa, in cui i rapporti si intrecciano, si moltiplicano, si

confondono. La quantità di informazioni con le quali quotidianamente entriamo in contatto sono sempre maggiori, siamo nella denominata “società dell’informazione”, ed è anche detta “società dell’immagine”,l’aspetto visivo sembra infatti “avere la meglio” all’interno del nostro sistema percettivo e occupare gran parte della nostra attenzione.

Tutto ciò che accade intorno a noi non avviene però in silenzio. Alla base di questa “anestesia sonora”

c’è un problema culturale, cognitivo e quindi anche educativo.

Considerare l’aspetto legato alla percezione del suono costituisce un tentativo di individuare nelle fonti e nelle forme un aspetto qualitativo spesso sottovalutato.

Su questo affascinate tema consiglio di leggere Murray Schafer, Il paesaggio sonoro, Lim, Le sfere, 1998.

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