Dialogo nel Buio

Grazie  Enrica Congiu per i disegni 

 

 

 

 

La paura del buio è una di quelle più condivise sin da piccoli.

Non si riesce ad affrontare il corridoio per raggiungere la camera, la sorella per farti spaventare ti spegne la luce quando sei in bagno, e anche nel momento del sonno si vuole una lucina che ci accompagni nel nostro buio personale.

Questa sensazione persevera anche da adulti.

Non credo che sia paura del buio ma piuttosto di quello che ci si può nascondere: il lupo, l’orco, la strega e da grandi molto altro ma sempre di natura malvagia.

Dico questo perchè nel partecipare a Dialogo nel Buio e nel raccogliere le riflessioni (che si leggono a seguire), dei ragazzi, mi accorgo che superata la perplessità inizale e riuscendo a credere nelle rassicurazioni – legate a sicurezza in senso esteso, anche fisica – accompagnati dalle voci calde delle guide, ci siamo tutti concessi agli altri sensi, sorprendendoci nel riconoscerne la loro forza e la loro preparazione.

La conoscenza è passata anche a loro! le nostre mani riconoscevano un cavallino marino in rilievo, i nasi distinguevano l’aroma del caffè da lontano, la voglia di giocare (altro regalo dell’infanzia insieme alla paura) ci ha fatto correre alla ricerca di ipopotami, rane e elefanti ‘nascosti’ sopra un computer, su un divano o dietro a una chitarra… Conoscenza, consapevolezza e tanta curiosità sono le parole con cui ringrazio i miei studenti per avermi seguito, in gioco, dentro una nostra paura 😉

A seguire interessanti racconti dei ragazzi:

 

“Ero illuminata da una luce calda e tenue

prima di oltrepassare quella tenda nera

che mi avrebbe avvolto in un mondo quasi

sconosciuto, ma non del tutto.

Eccolo, il buio più totale è arrivato, si è distreso

sopra il mio corpo, sopra i miei occhi, tanto da

farmi perdere la percezione delle palbebre, che

non riuscivo a capire se fossero state aperte o

chiuse. Quella stessa sensazione di quando,

nel letto, mi sto per addormentare, e con gli

occhi chiusi entro in un mondo buio, pronta a

sognare.

Camminavo e sotto di me percepivo suoli

diversi, suoli che però conoscevo, ricordavo

e mi immaginavo. Come i rumori, che

provenivano da ogni angolo. L’odore del caffè

che mi ha rubato un sorriso, a farmi ricordare

le mattine nel bar di mia mamma. Fino ad

arrivare a quell’ultimo bancone, dove nel buio

di quell’esperienza, quel caffè l’ho bevuto,

assaporato e gustato forse come mai avevo

fatto prima.

Ed ecco la parete di moquette che piano piano

mi ha accompagnato sotto quella luce calda

e tenue che tutti i giorni illumina me ed ogni

luogo.” Alessia

 

Dolore Fantasma

Un corridoio. Una curva a destra, una a sinistra. In basso delle luci molto soffuse ci accompagnano verso l’oscurità crescente. Provo la

sensazione che si ha quando le hostess degli aerei indicano le luci di emergenza. Un percorso da seguire in caso di pericolo.

Poi il buio totale.

Mi trovo in una stanza. Credo. Giro più volte la testa in cerca di un punto di riferimento. Ma non ne trovo. Abbasso la testa e poggio le mani sul bastone, concentrandomi su quello che sento. La nostra guida si chiama Claudia. Cerco di immaginarmela, attraverso la sua voce.

Credo sia alta circa un metro e sessanta, sulla sessantina. La immagino con i capelli corti, pasciuta. Ha una voce calda, parla con tono quasi materno.

Cominciamo il nostro percorso. Muovo i primi passi incerti scandagliando il suolo davanti a me con il bastone.

Mi assalgono le vertigini. Non ho equilibrio. Sento le voci lontane ma sono a un passo da me. Se allungo un braccio posso toccare i miei compagni. Ma le loro voci rimbalzano e mi confondono.

Di colpo mi ritrovo proiettato in un ambiente che conosco bene. O dovrei conoscere bene. Un parco di montagna. Sotto i miei piedi sento dei sassi, se allungo il braccio destra accarezzo la corteccia di un albero. Sento il lo scroscio dell’acqua di un ruscello, i rumori della natura. Ma pur essendo un luogo che definisco familiare, non mi sento minimamente a mio agio. Perchè, privo della mia principale fonte percettiva, non lo riconosco.

Per proseguire si deve attraversare un ponticello che oscilla fortemente. O forse non è violento, ma lo sembra. Ogni cosa, ogni dettaglio è amplificato. Quasi esagerato. Muovo passi molto insicuri, cercando la fine del ponticello.

Scendo dalla passerella traballante, seguo un canneto accarezzandolo con la mano destra e mi ritrovo catapultato in riva al mare. Riconosco I gabbiani, la brezza marina. Claudia ci fa salire su una barca. O almeno credo di salire. Non ho la minima percezione delle pendenze. Forse non sono neanche mai salito sul

ponticello sopra il ruscello di montagna.

La barca accende i motori e ho davvero l’impressione di salpare verso nuove terre. Mi perdo lasciando scorrere il vento tra i capelli e butto indietro la testa. Sento il profumo del mare. O forse è il mio subconscio che mi illude. Il tempo sembra dilatarsi. Non so quanti minuti, quanti secondi sono stato su quella barca. Avrei potuto rimanerci ancora delle ore.

La barca rallenta, il motore si spegne lentamente. Lascio il mare alle mie spalle e proseguo verso il prossimo ambiente, la prossima esperienza.

Una sala arredata, un soggiorno. Un tavolo, senza sedie. Sento il legno laccato sulla punta delle dita. Accarezzo il muro, è pieno di rientranze e cambia direzione molto spesso. Mi sconvolgo nella totale incapacità di dare una dimensione alla stanza e direzioni alle pareti. Sono disorientato in uno spazio che sento essere piuttosto piccolo. C’è una chitarra appesa al muro. Ma è senza corde. Mi sarebbe piaciuto provare a suonarla senza vedere le mie mani. Un telefono, un peluche. Una moltitudine di oggetti appesi al muro. Il prossimo ambiente è vicino. A una porta scorrevole di distanza. Mi accorgo che percepisco le porte nel momento in cui si aprono. Mi sembra di vederle. Vedo i suoni dei due ambienti mescolarsi tra di loro. Agito la mano davanti alla faccia e sono convinto di vederla muovere, come un dolore fantasma.

Mi muovo come se non avessi io il controllo dei miei movimenti e mi sento come spinto violentemente in un nuovo ambiente, una nuova realtà

Città, confusione. Panico. Non so da che parte voltarmi. Le voci dei miei compagni, già lontane prima, ora vengono coperte dai suoni pesanti e arroganti della città. Il mio bastone sbatte contro oggetti metallici e produce un tintinnio sordo che si perde tra i mille rumori metropolitani. Ma in mezzo a tutta questa confusione trovo un appoggio solido. Un banchetto della frutta. Accarezzo la frutta e la verdura. Un pompelmo, una melanzana, delle noci. Mi passano una mela. Ha un profumo intenso, così forte che sembra trasformarsi in sapore. Mi inebria. Vorrei portarmela a casa, ma la appoggio e mi allontano seguendo il gruppo, ributtandomi tra semafori, automobili, motociclette e frenesia simulata, ma incredibilmente reale e vicina. Non vedo l’ora che finisca.

La voce di Claudia fa fatica a emergere tra la cacofonia di rumori urbani, ma una volta riuscitaci, ci guida verso l’ultimo ambiente, un bar, un cafè.

Il Cafè Noir. Come mi appoggio al bancone qualcosa dentro di me si calma. Un

luogo davvero familiare. Il profumo di caffè mi avvolge e mi fa sentire a mio agio. Dietro il bancone la cameriera ci accoglie, ma non ricordo il suo nome. Ricordo la sua voce, potrei riconoscerla in mezzo a mille. Umberto cerca di indovinare la sua età. Ne ha ventotto, ha la voce squillante e piena di vita. Le chiedo di aiutarmi a capire che monete ho in mano, una non la riconosce. E come avrebbe potuto. Mio fratello mi aveva riempito di monete cinesi di ritorno da Pechino. Mi ricordo di un’altra moneta strana che tenevo nella tasca. Due dollari di Hong Kong, un altro dei regali di mio fratello. Ma questo è speciale. Lo porgo alla mia cameriera, mentre lei mi porge il caffè.

“Senti questa”

E ho sentito la curiosità nella sua voce, mentre si passava tra le mani la moneta.

“Che strana! Ha la forma di un fiore!”

Non ne aveva mai sentita una simile. Ed è curioso che sopra ci sia incisa un’orchidea. Ma questo lei non lo può sapere. L’entusiasmo con cui mi parla mi fa venire voglia di raccontarle un sacco di cose su quella moneta, su mio fratello, sui fiori. Ma non c’è il tempo. Sorseggio di fretta il mio caffè e la saluto, raggiungendo i miei compagni al tavolo.

Una breve discussione sull’esperienza appena vissuta e veniamo indirizzati verso l’uscita, verso la luce.

Un corridoio. Una curva a destra, una sinistra. Claudia discosta la tenda e intravedo il suo volto. Una parte di me avrebbe preferito che rimanesse all’interno del percorso, con i lineamenti che le avevo attribuito tramite la mia immaginazione.

Vengo aggredito dalla luce, per quanto fioca fosse. Mi guardo intorno e mi accorgo di come gli altri sensi si indeboliscano velocemente per fare spazio alla vista. Nel giro di pochi minuti prende il sopravvento.

Allontanandomi realizzo una piccola, grande verità. In un qualche modo, la vista ci rende ciechi.” Davide

 

“L’esperienza di dialogo al buio è stata per me qualcosa di del tutto nuovo. Ad un primo impatto mi sono sentita quasi subito soffocare. È  incredibile come già dopo pochi secondi mi sentissi cosi spaesata e il fatto di non poter vedere ció che mi corcondava contribuiva ad alimentare questa sensazione. La voce della guida e la vicinanza con la mia compagna Nicole mi ha tranquillizzata (…)” Eleonora

 

“Un passo, due passi, tre passi. Buio.

Mi ritrovo in una stanza leggermente illuminata, ma poco a poco la luce si affievolisce e mi ritrovo così all’interno di questo dialogo.

Ho molta paura, mi sento spaesata, privata della mia vista. Da subito, goffamente, comincio a sbattere di qua e di là, ma grazie al mio nuovo migliore amico, un bastone bianco, e a Graziana, la nostra guida, riesco gradualmente ad adattarmi, fino a raggiungere un certo equilibrio.

Percorro diversi luoghi dal bosco alla spiaggia, dalla casa alla città, e mi accorgo fin da subito che nonostante non potessi contare sul mio senso prediletto, non perdo l’orientamento, anzi riesco a “vedere” e percepire lo spazio in modo più profondo e personale. (…)” Manal

 

“L’esperienza è stata sorprendente. Di certo non siamo abituati a “non vedere” le cose o gli spazi che ci circondano e, forse per questo, il percorso inizialmente ha spaventato un po’. (…)” Ivana

 

“Ritengo che Dialogo nel Buio sia l’esempio ben riuscito di una mostra sensoriale che vale la pena visitare, o meglio affrontare. Dal punto di vista allestitivo la mostra/percorso non è stato nient’altro se non ciò che mi aspettavo fosse. Ciò che invece mi ha affascinato è stato il pensiero alla base di un’esperienza che non pretende di essere una simulazione della cecità quanto piuttosto la sperimentazione dello spazio, inteso nella sua complessità percettiva, che solo metaforicamente e con straordinaria delicatezza sfiora il tema: la comune percezione spazio-temporale viene sin da subito alterata e, solo dopo aver fatto amicizia con il buio, la condizione di azzeramento visivo consente, in una nuova lettura, l’ascolto del corpo nel suo approccio con quanto lo circonda. Osservare senza vedere il mio corpo muoversi in uno spazio nuovo, soltanto ascoltato nelle sue forme, odori e suoni,  è stato affascinante quanto altamente divertente.“ Paolo

 

“L’esperienza del dialogo nel buio è stata particolarmente sorprendente,  forse anche per il gruppo di ragazzi con cui ho affrontato il percorso. Accompagnati da una simpaticissima e bravissima guida abbiamo attraversato tutte le stanze affrontando le diverse esperienze al buio e a me personalmente è piaciuto molto anche perché i miei sensi si sono subito adattati al buio e quindi amplificati. Abbiamo pensato anche prossimamente di affrontare la cena al buio, ovviamente con lo stesso gruppo.” Riccardo

 

“(…)sarebbe stato interessante se alla fine tutti avessimo disegnato una mappa del percorso fatto al buio, perché mi sarebbe piaciuto capire se gli altri studenti hanno percepito il mio stesso percorso o quello elaborato dalla mia mente era completamente diverso da quello degli altri. (…) Elisa R.

 

“Per me il percorso proposto da “dialogo nel buio” è stata un’esperienza a dir poco singolare.

Le sensazioni da descrivere sono innumerevoli perciò ho deciso di raggrupparle tutte in 4 punti con il relativo disegno del “buio”

1 – In un primo momento, entrando all’interno del percorso, ho perso la concezione di ogni senso tranne l’udito. Questo mi ha fatto capire perché la guida, bravissima e molto disponibile, ci parlasse in qualsiasi momento, probabilmente senza l’aiuto uditivo ci saremmo tutti quanti agitati. Dopo dieci minuti la paura del buio è passata e personalmente ho iniziato a prendere confidenza con il bastone fornitoci all’ingresso; non ne avevo mai utilizzato uno, in effetti posso dire di essere stata molto scettica ad aver sempre pensato che il bastone in qualche modo non riuscisse a dare le indicazioni necessarie per capire una pavimentazione essendo un oggetto di metallo, invece, cambiando continuamente ambienti, sono riuscita a capire che

tipologia di materiale ci fosse sotto i piedi semplicemente battendo e ascoltando il suono prodotto.

2 – Gli ambienti mi hanno colpito particolarmente, molto ben sviluppati con i suoni, gli odori e gli elementi d’arredo. Nel primo, ad esempio, mi sono divertita a chinarmi e capire che tipologia di pavimentazione stavo calpestando, ho sentito erba sintetica e pietre che non aiutavano assolutamente l’equilibrio.

Il secondo ambiente, il porto, mi ha entusiasmata di meno semplicemente perché l’aria attivata per la sensazione del “gommone” era orientata nel senso opposto, perciò mi ha creato un senso di disorientamento e non mi sono affatto rilassata.

3 – Gli ultimi due ambienti sono stati molto interessanti, mi sono divertita a cercare gli oggetti appesi alle pareti, ho trovato qualche frutto, dall’odore direi una clementina e una melanzana, un peluches che mi ha fatto urlare, per non parlare delle numerose “pestate” contro il tavolo..

L’idea del bar secondo me è stata veramente geniale, tutt’ora mi chiedo come la barista riuscisse a distinguere i prodotti!

4 – Ciò che in realtà mi ha colpito di più è stata la capacità della guida cieca. Molto spesso uscivo fuori dal percorso e lei prontamente mi tirava un braccio per indicarmi la direzione giusta. Mi incuriosito tantissimo anche il fatto che un nostro compagno abbia cercato di aprire una porta prima del suo segnale e lei subito se ne sia accorta solo con l’inudibile fruscio dello scorrimento.

Posso dire con certezza che il percorso al buio è sicuramente uno dei luoghi da visitare a Milano, è un’esperienza che scatena una marea di sensazioni molto utili a capire ciò che ci circonda.” Enrica

 

“(…)L’unico “punto di luce” che potevo seguire era la voce della nostra guida, non avevo mai notato che ascoltando attentamente una voce si può percepire la provenienza. (…)” Umberto

 

“Personalmente sono rimasta estremamente colpita dalla forte esperienza vissuta mercoledì all’istituito dei ciechi. Poter provare la sensazione di non avere il senso della vista mi è piaciuto molto, e allo stesso tempo mi ha portata a riflettere. Mi sono resa conto che effettivamente sottovaluto molto i sensi come il tatto e l’udito, poiché la vista è il senso che utilizzo maggiormente (e poterlo fare è una gran fortuna). Non credo sia facile poter condurre una vita normale senza vedere, ma mi sono resa conto che è possibile!” Lucia

 

“Appena sono entrata all’interno del percorso al buio ho provato subito una sensazione di smarrimento, ma grazie alla voce rassicurante della guida Annalisa, mi sono tranquillizzata e lasciata guidare. Annalisa ha una bellissima voce che, non so per quale motivo, la mia mente ha subito associato ad una bella persona. 

Durante il percorso ho constatato che effettivamente la percezione dei sensi è aumentata, in primo luogo l’olfatto. Il tatto, però, è il senso che mi ha colpito di più: grazie ad esso riuscivo realmente ad immaginare l’ambiente in cui mi trovavo e ho compreso l’importanza fondamentale di questo senso, che spesso ho sottovalutato. In un certo senso è come se fossero stati “i miei occhi” durante tutto il percorso.

La stanza che ho preferito è stata quella del molo e della barca, sono riuscita a rilassarmi lasciandomi cullare dalle finte onde del mare. È stata una bellissima esperienza che mi ha fatto provare sensazioni inaspettate, dovuto soprattutto all’accompagnamento di Annalisa. Dopo questa esperienza spero di riuscire a ritornare al più presto per una cena al buio.. Sono davvero curiosa!” Veronica

 

“Il dialogo al buio è stato per me un’esperienza unica e mai provata. E’ stato interessante vedere come il corpo reagisce quando manca un senso.(…)” Nicole

“(…) quell’ora e mezza, mi ha fatto riflettere e crescere come persona, mi ha fatto capire l’importanza del nostro corpo (…)” Emiliana

“E’ stata la prima volta per me a Dialogo nel Buio. E’ stata la prima volta in cui mi sono sentita cieca in maniera più profonda e empatica, non come quando da bambina si giocava a mosca cieca con una benda sugli occhi. Eppure credo che questa esperienza non sia nemmeno lontanamente paragonabile all’essere ciechi per davvero. In quei corridoi bui eravamo insieme, eravamo pronti ad aiutarci l’un l’altro e a farci ritrovare l’orientamento. In quelle stanze buie la vista è scomparsa solo per poco tempo. In quel buio mi sono divertita perché sapevo che non era reale. Quando i miei occhi hanno faticato un poco prima di riabituarsi alla luce, mi sono sentita fortunata. La mia fortuna è quella di poter vedere il mondo e, magari, anche se mai del tutto, aiutare chi non può farlo a scoprirlo un po’ di più. Tuttavia, nonostante questa sensazione, al tempo stesso ho provato un po’ di inadeguatezza: la vista ha oscurato le capacità percettive dei miei rimanenti quattro sensi; la non-vista ha invece acuito quelle della nostra guida. E allora ho capito che il buio è la luce dell’udito, del tatto, dell’olfatto e del gusto.” Valentina

“E cosi ci siamo trovati completamente persi, fuori delle nostre abitudini. Tutto è più spaventoso, la mente umana funziona contestualmente. I ricordi svolgono un ruolo importante, aiutando la percezione di stimoli sensoriali. In breve tempo, “abbiamo visto” il mondo da un lato diverso, ma da un lato non cosi svantaggiosa come la stavamo imaginando prima.” Elena I.

“Un percorso strutturalmente molto semplice “il dialogo al buio”  anche se sul momento ti sembra impossibile. Inizialmente ti senti soffocare, ti sentì mancare il respiro, dopo quasi un ora al suo interno,gli occhi ti bruciavano. L’accompagnatrice ci guida in un percorso di odori,di spazi e di gusti; è necessario l’accompagnamento di una guida non vedente che riesce a trasmetterci,pur non vedendola,il suo modo di vivere attraverso la sua voce. Eravamo immersi nell’oscurità. Il momento che mi ha più entusiasmata è stato è l’ultima tappa,al bar. Un luogo di frequenza quotidiana,talmente quotidiano che tra una chiacchiera e l’altra mi ero completamente dimenticata di essere al buio. Devo dire che non mi sono soffermata più di tanto sui gli odori,profumi,rumori. Avevo paura di fare del male a qualche mio compagno magari con il piede o con il bastone e sopratutto avevo paura di cadere infatti tenevo sempre le mani avanti e alternando tenendo le braccia aperte sui lati. Toccavo qualsiasi cosa. Non è una simulazione della cecità ma un invito a sperimentare come la percezione della realtà e la comunicazione cambiano.” Giada

“Ognuno di noi si attiene ai 5 sensi per percepire e ricevere informazioni dall’ambiente circostante, ma se uno di questi venisse meno?

Bisognerebbe fare affidamento ai sensi restanti cercando di sfruttare al meglio le loro qualità per intuire, anche se in modo differente, ciò che è intorno a noi.

Grazie all’esperienza fatta l’11 Novembre 2015 presso l’istituto dei ciechi di Milano, abbiamo avuto la possibilità di privarci di uno dei sensi a cui facciamo più affidamento, la vista.

La mostra “Dialogo nel buio” presente nell’istituto, consisteva in un percorso di oltre un’ora in cui l’assenza di luce era totale, così che ogni partecipante potesse imparare a “vedere” in un modo totalmente differente.

L’obiettivo di questo percorso allestito non è quello di simulare la cecità, ma bensì di far capire come in assenza di luce, si possa percepire in modo totalmente diverso gli odori, i rumori o i materiali con cui si interagisce.

Predisposti a fare questa nuova esperienza, ci siamo recati quindi verso l’istituto, dividendoci successivamente in gruppi da 8 persone per poi entrare ad intervalli di 15 minuti l’uno dall’altro.

Giunti all’ingresso io e il mio gruppo ci siamo trovati subito accolti da un ragazzo che ci ha muniti di bastoni per non vedenti, in modo da poterci aiutare durante la visita quando il buio sarebbe stato assoluto.

Poco dopo ci siamo inoltrati in un corridoio, stretto, con le pareti nere e con la luce che man mano si affievoliva continuando ad avanzare, fino a ritrovarci al buio. L’assenza di luce era totale.

In quel momento poco e niente mi rassicurava, solo la consapevolezza che non ero sola, le voci dei miei compagni e la continua ricerca di avere un contatto con loro erano le uniche cose che sembravano tranquillizzarmi.

Ero completamente spaesata.

A un certo punto una voce femminile sconosciuta attirò la mia attenzione e quella del resto del gruppo, era Claudia, la ragazza non vedente che ci avrebbe fatto da guida fino alla conclusione del percorso.

Seguendo la sua voce ci siamo ritrovati in una prima stanza, il pavimento sotto ai miei piedi era cambiato e anche il rumore che faceva il bastone sfiorando il suolo era diventato più metallico.

Cominciai a muovermi, in quel momento la mia paura di perdermi senza capire dove fossi era più grande della curiosità che avevo nello scoprire ciò che mi circondava.

Muovendomi sentii che il pavimento sotto i miei piedi era cambiato di nuovo, passando da una distesa di sassolini a un manto erboso.

Porgendo in avanti le mani per la paura di andare ad inciampare in qualche ostacolo, mi ritrovai a toccare una staccionata e poi un muro materico retrostante da cui scendeva lentamente dell’acqua.

L’ambiente era circondato da alberi e piante aromatiche che davano la sensazione di essere ovunque tranne che a Milano.

Continuando il percorso ci ritrovammo in fila per attraversare un ponticello traballante che ci avrebbe portati nella seconda stanza.

L’ambiente era totalmente cambiato, e lo percepì subito dal rumore dei gabbiani in volo e dallo scroscio del mare.

Claudia ci invitò ad avanzare per salire su una barca posta di fronte a noi.

Appena seduti cominciai a rilassarmi e tutta l’ansia che avevo accumulato pochi minuti prima era scomparsa; l’aria fresca che proveniva da dietro le mie spalle e il leggero movimento oscillatorio dell’imbarcazione portarono la mia immaginazione a viaggiare.

Controvoglia ci rialzammo e proseguimmo verso la stanza successiva.

Una porta scorrevole sì aprì, mi sembrava quasi di poterne percepire il movimento o l’esatta posizione.

Ci ritrovammo in piedi intorno ad un tavolo rotondo, probabilmente di legno lucidato, per poi cominciare a perlustrare l’ambiente.

Tenendo una mano a contatto con il muro perimetrale sentì che sulle pareti erano presenti diversi quadretti in rilievo ed una scritta che sono riuscita a leggere attraverso il tatto.

Alcuni mobili interrompevano i mio percorso facendomi cambiare direzione, prima un mobiletto con un

telefono, poi una scrivania con un’agenda.

Poco dopo ci trovammo in un altro ambiente, in un’altra realtà, non serviva vedere per capire dove ci trovavamo.

Il rumore assordante del traffico e dei clacson mi fecero subito capire che eravamo in città.

Sempre spaesata ma senza l’insicurezza di prima mi lanciai alla scoperta degli elementi che componevano questo nuovo ambiente, ormai era diventato quasi un gioco.

Un’auto, un semaforo, una moto e poi il banchetto di un fruttivendolo in cui frutta e verdura erano fresche.

Presi in mano un finocchio e poi una mela, non so come, ma davano l’idea di essere saporite, annusandole mi sembrava quasi di poterne assaporare il gusto.

Un altro corridoio, stretto, ci obbligò a metterci in fila per proseguire i percorso,

Claudia ci disse di rimanere in fila e appoggiarci al bancone che stava sulla mia destra, eravamo arrivati in un bar.

Un’altra voce, sconosciuta, proveniva da dietro il bancone.

La barista cominciò ad elencarci le bevande che erano presenti nel menù con i relativi prezzi.

Tirai fuori i 5 euro che avevo nella tasca posteriore dei jeans e a tentoni cercai le mani della barista.

Porsi i soldi alla ragazza del bar, mentre nella mia testa mi domandavo come avrebbe fatto a darmi il resto.

Ci sedemmo intorno ad un tavolo per consumare ciò che avevamo appena preso, centrare il buco del mio succo alla pesca con la cannuccia si dimostrò una vera impresa!

Sentivo il lontananza alcune voci dei miei compagni che si erano fermati al bancone a bere un caffè, mentre io assaporavo quel succo il cui gusto sembrava più intenso.

Il percorso era ormai giunto al termine e proprio quando ormai mi stavo abituando a relazionarmi con il buio assoluto era tempo di uscire.

Un corridoio ci portò alla soglia di uscita del percorso dove uno spiraglio di luce apparse appena scostata una tenda nera.

All’uscita una luce, che, anche se tenue mi infastidiva parecchio, ora mi sembrava quasi strano vedere.

Ripensai durante la giornata all’esperienza fatta, tutto quello che avevo “visto” era il risultato dell’elaborazione di quello percepito attraverso i sensi restanti.

E’ stata un’esperienza singolare in cui ho avuto l’occasione di imparare a “vedere” in un modo totalmente differente dal solito, amplificando ogni senso sono riuscita a concepire come sia possibile andare a colmare quel vuoto apparente che si percepisce in assenza di luce.” Maria Chiara

“L’esperienza dialogo nel buio è stata molto interessante. Anche se non mi ha sorpreso nella struttura del percorso perché mi aspettavo una serie di stanze con ambienti differenti dove dovevamo ascoltare, assaggiare e toccare oggetti, ciò che mi ha colpito è stato il messaggio che volevano far passare attraverso questa esperienza.

L’intento del percorso, infatti, non era quello di farci capire le difficoltà nella vita quotidiana delle persone affette da cecità ma, “osservare” l’ambiente che ci circonda con “occhi diversi”  (in particolare utilizzando maggiormente gli altri sensi, che spesso denigriamo, anche inconsciamente).” Mariateresa Angiolella

“Un’esperienza che ti cambia.

Venire privati della vista, per noi vedenti, è qualcosa di sconvolgente ma questo percorso al buio credo che non basti per capire la difficoltà di vivere senza un mezzo così utile e prezioso come la vista. Ciò nonostante mi sono fatta un’idea dei problemi che si possono incontrare ma non di come affrontarli (per me era come barare in alcuni punti in cui c’era da riconoscere gli oggetti al tatto).

E’ stato comunque bello condividere un’esperienza simile con i compagni, se mi capiterà ritornerò volentieri da sola e non esiterò a consigliarlo ad altri miei amici!” Anna

“Come ho vissuto questa esperienza al buio…è stata una scommessa! Mi ha aperto un mondo. Penso che oggi si diano per scontato troppe cose e che la vita venga vissuta anche in modo un po’ superficiale. Questa esperienza mi  ha fatto capire che anche le cose più impossibili in realtà possono essere fattibili. Capire il nostro corpo, le nostre potenzialità, i nostri limiti e soprattutto le nostre paure. È proprio il fattore paura che condiziona l’essere umano. La paura comporta rinunce, svolte e anche conquiste.

Sta a noi trarre beneficio da essa. Con la paura, scatta anche l’istinto di sopravvivenza. Credo che sia stato l’elemento che mi abbia accompagnato per tutto il percorso al buio. Quell’istinto primordiale che è addormentato in ognuno di noi…. Ho capito anche quanto sia importante e fondamentale farsi sentire con la propria voce e farsi riconoscere. L’importanza del contatto, anche di una semplice carezza. L’importanza di fare gruppo.. Potrei parlare per ore di questa esperienza! È stata una vera e propria esperienza di vita. Mi sono divertita e anche commossa.” Gabriella

“Qualche giorno fa’, primo pomeriggio di una bella giornata di sole, stavo passeggiando tra le vie del centro della città.
Nel corso del tragitto ho avuto modo di incontrare due persone non vedenti; una ragazza giovane ed un signore di media età, entrambi dotati del bastone bianco, strumento che utilizzano solitamente i non vedenti per muoversi con più sicurezza.

Mi sono fermata ad osservarli, incuriosita da come deve essere realmente vivere ogni giorno la città come non vedente.
Ciò mi ha fatto ripensare all’esperienza vissuta qualche giorno prima in “Dialogo del Buio”. Un’esperienza interessante che segna e porta a riflettere sulle persone che hanno questa “disabilità”; che dopo aver vissuto quest’ esperienza non credo sia corretto definire tale. All’ ingresso di questo percorso ero abbastanza preoccupata, sapendo che sarei rimasta per più di un ora nella completa oscurità; infatti inizialmente mi sentivo a disagio, non riuscivo a muovermi ed a lasciarmi andare.
La cosa molto interessante di questo percorso, è che ci siamo affidati ad una guida non vedente, senza la quale non avremmo potuto assaporare nello stesso modo l’ esperienza. Sono rimasta colpita da come la guida, una signora anziana, si orientava (per me nella insolita oscurità).
Nel buio totale, dove la vista non aiuta, attiviamo automaticamente tutti gli altri sensi: il tatto, l’udito, l’olfatto per orientarci con più sicurezza e capire dove siamo e dove andare. Seguendo con l’udito la diversa intensità e provenienza della sola voce della guida, nell’avanzare del percorso il mio corpo si è adeguato e mi muovevo con più scioltezza e sicurezza.
Ho percepito di attraversare un bosco, sentendo il rumore provocato dai miei passi sui sassi, la presenza circostante delle piante, e l’acqua di un piccolo ruscello sormontato da un ponte instabile che ci ha condotto alla stanza successiva, il mare.
Il mare; la stanza, dove sarei rimasta più a lungo, dove mi sentivo serena sentendo il rumore del motore della barca, l’acqua che si muoveva, il vento sulla pelle; non serviva vedere in quel momento, l’immagine era chiara nella mia mente.
Ciò che mi ha stupito è che che riuscivo a percepire, nonostante il totale buio, l’apertura della porta scorrevole che conduceva da una stanza all’altra, scorgendo la profondità della stanza successiva.
E mi domando ancora…Come è possibile “vedere”, non vedendo?
Successivamente siamo entrati in salotto, ben riconoscibile per la presenza di un tavolo rotondo attorno al quale ci siamo riuniti per poi separarci e scoprire il resto della stanza, alle quali pareti erano appesi quadretti con scritte e disegni in rilievo, che riuscivo a comprendere toccandoli.
La città; la stanza dove il forte rumore delle macchine, dei clacson, mi impedivano di sentire la voce della guida stessa, e dove mi sono per un attimo disorientata.
Ed infine il bar; dove abbiamo ordinato e siamo rimasti per qualche minuto a bere insieme seduti al tavolo, in totale armonia, riflettendo con la guida di quest’esperienza.
E’ un esperienza che consiglio davvero a chi non hai provato a mettersi nei panni e vivere anche solo per un attimo da non vedente.”Gloria

“L’esperienza presso “Dialogo nel Buio” ha suscitato in me strane sensazioni, piacevoli ma allo stesso tempo di grande disagio. Inizialmente l’attesa destava in me una forte curiosità, “cosa mi aspetta li dentro?” “passerà in fretta un’ora e mezza?”.

Già all’ingresso del percorso però, dovendo depositare tutto ciò che quotidianamente utilizzo (come gli occhiali da vista), la mia curiosità è mutata in una sorta di disorientamento misto a paura, o meglio era come se mi sentissi nudo.

Percorrendo il corridoio iniziale, iniziano le palpitazioni “no vabè, io esco!”, ma travolto dalle emozioni afferro il bastone che ci viene dato e supero quella tenda.

Ad attenderci c’era Claudia, dalla voce pareva essere una donna in avanzata età, che infondeva però in me sicurezza. Nell’attesa di iniziare, mentre lei spiegava cosa avremmo fatto, io mi isolo mentalmente, cadendo in un silenzio ovattato e paradossalmente assordante frutto della mia claustrofobia.

La sensazione di essere schiacciato, di non rendermi conto dello spazio, mi ha portato a cercare tramite la mano, quel soffitto che sentivo realmente a pochi centimetri dalla mia testa.

All’improvviso una mano fredda mi afferra per il polso “hei, dobbiamo andare di qua!” era Claudia, che mi conduce verso il primo spazio, un bosco di montagna. Li il silenzio sembra sparito e mi faccio catturare subito dallo scroscio dell’acqua, che cerco e che trovo con molta facilità.

Nel secondo spazio, ci ritroviamo su un ponte che, al nostro passaggio, crea delle oscillazioni divenendo instabile. La guida interrompe il mio brancolare nel buio con un deciso “siedi qui!”, era una barca che una volta partita mi ha riportato sulla spiaggia della mia amatissima terra, la Sicilia, in una notte d’estate. Il rumore delle onde, la sensazione di una lieve breccia sul corpo mi ha fatto sentire davvero a casa e libero da ogni pensiero.

Arrivati al tavolo del terzo spazio, ritorna la sensazione di non riuscire a respirare, non riuscire a stare fermo, cominciando così a muovermi prima che Claudia dicesse al gruppo di spostarsi. Con le mani cominciai a toccare le pareti e mi imbattei su degli oggetti che tutti in casa abbiamo e su di una scritta che per una stranezza mi ha aperto gli occhi al buio, parlava infatti del piacere di leggere con la punta delle dita.

Lo spazio successivo era un esterno, una piccola città. Il caos ed il rumore mi hanno sopraffatto, restando praticamente immobile all’ingresso della stanza. La sensazione era davvero strana, sentirsi chiuso come in una scatola, ma che la mia mente associava ad uno spazio enorme ed aperto. Riuscii a spostarmi perchè catturato dalle risate e dai commenti dei miei “compagni di viaggio”. Mi trovai al banco della frutta, gli odori li riconobbi subito ma paradossalmente non riuscii ad associarli alle forme se non in pochi casi.

Era l’ora di uscire, ma solo dopo un piccolo break al BAR AL BUIO.

L’ho vissuto come un momento di riflessione. La sensazione era stranamente cambiata, sarei simasto li volentieri. Avrei continuato il percorso per vedere fino a che punto la mia fantasia potesse viaggiare.

L’impatto con la luce fu traumatico, ma appena fuori, giusto il tempo dato agli occhi di riabituarsi, mi imbattei su di una frase: “Non occorre guardare per vedere lontano”. Mi sono reso conto di quanto fosse vera. Sinceramente non riesco a dire “mi è piaciuto” o “non mi è piaciuto”, so solo che questa esperienza mi ha fatto capire quanto io sia fortunato, di quanto una cosa del genere faccia vivere così tante emozioni e che spesso, purtroppo, diamo per scontate molte cose.” Salvatore

“La mia esperienza riguardo il dialogo nel buio non è stata una delle più positive, anzi, direi alquanto strana, in quanto la privazione di un senso primario mi ha probabilmente “annullato” mi ha reso molto più insicuro di quanto non lo fossi al principio di tale percorso.

Inoltre, probabilmente per mancanza di concentrazione, non riuscivo a sentire gli odori, i rumori invece, risultavano insopportabili.

Scrivo questo perchè ad un certo punto del percorso mi sono perso e non riuscivo a ritrovare più i miei compagni, sicuramente aneddoto causa di questo malessere.” Aniello

“Ammetto di aver avuto paura a partecipare, visto che temo molto i luoghi chiusi, ancor peggio se senza luce, ma ho deciso di lasciarmi andare completamente.

Appena entrata non mi sono sentita subito molto rassicurata, la struttura dava l’impressione di essere un labirinto di piccoli percorsi stretti e bui, e sparito totalmente ogni spiraglio di luce ho avuto ancor più la sensazione di strettezza, non ho voluto mollare ed ho chiesto a Veronica di stringermi la mano.

Improvvisamente dall’oscurità più profonda sì è manifestata una voce molto squillante, ma soprattutto (almeno per me) di conforto: era la voce della nostra giovane guida Annalisa.

Mi sono resa conto che la mia voce non lo fosse altrettanto, sentivo nel tono la mia stessa esitazione, trasmettendola a tutti coloro che mi circondavano.

Non sono riuscita subito ad attribuire la sua voce ad un corpo fisico, sembrava di aver a che fare con un’entità eterea dotata unicamente di voce, il che mi ha divertito molto, finché mi ha teso la sua mano per prendere contatto con me.

È qui che ho avuto la prima percezione sensoriale “diversa” da quella abituale.

I miei sensi erano quindi scomposti e disorganizzati inizialmente, non riuscivo a dare fisicità alle cose attraverso il solo udito, ma il percorso ha fatto sì che potessi ricongiungerli man mano che avevo a che fare con le singole esperienze sensoriali.

Entrando nelle diverse stanze abbiamo sperimentato un viaggio in barca, il percorso in una casa, una strada trafficata con il suo mercato, ed infine un bar.

L’equilibrio è stata per me la parte più complicata, fino a metà percorso esitavo molto nei passi, gli odori sembravano potenziarsi sempre di più, il semplice calore delle mani dei miei compagni sembrava più intenso, così come l’aria che mi circondava sembrava più sostanziosa.

Oltre al primo contatto fisico con Annalisa, la parte che ho apprezzato maggiormente è stata la ricostruzione di un mercato urbano, mi ha colpita la velocità con cui riuscivo a riconoscere gli ortaggi sui banchi con il solo tatto.

Il mio ringraziamento va in particolare ad Annalisa, che ha scelto di fare del suo “limite” il suo punto di forza, e di insegnare ogni giorno al prossimo quanto in realtà una persona possa percepire con gli altri sensi, e che i limiti fisici possono non essere sempre oggettivi, dato che questa volta eravamo noi in difficoltà.

Annalisa ha 30 anni, ho sbagliato a immaginarmela con i capelli scuri e lisci ma di me lei ha subito azzeccato che sono toscana.” Elisa Marty

“L’esperienza del dialogo al buio non è stata come mi aspettavo, mi ha sorpreso sotto vari punti di vista e mi ha veramente fatto riflettere.

Entrando nella sala che anticipa l’ingresso del percorso ero un po’ spaventata (ho paura del buio), non pensavo che l’interno fosse così buio! Quando la guida ci ha raggiunto mi sentivo nervosa, stringevo la mano alla mia compagna e lei la mia e continuavamo a ripeterci:rimani vicino a me. Quando però abbiamo iniziato a camminare dirigendoci nelle varie stanze il timore era sparito, ero curiosa di capire cosa avessi intorno e mano mano che toccavo le pareti, e gli ingombri nella stanza provavo a ricostruire nella mia mente lo spazio in cui mi trovavo.

Le riflessioni che hanno seguito l’esperienza sono state per lo più domande sul come si può vivere non potendo vedere. Ho ammirato moltissimo la nostra guida e il modo in cui è riuscita a gestire da sola un gruppo di 8 ragazze che scappavano da una parte all’altra, che non capivano dove fossero e come muoversi. Non potendo vedere, siamo stati costretti ad affidarci ad altre capacità, prima fra tutte il tatto, e stare anche più tatti ad “ostacoli” che quotidianamente evitiamo senza farci caso, come per esempio salire su un gradino o sedersi in un bar.” Elena Fulciniti

“Potrei cominciare dicendo che questa esperienza è stata bellissima, oppure fantastica, però mentirei sia per iscritto che a me stessa.

Non considero le sensazioni che ho provato belle, piuttosto direi che sono state strane. Interessanti si, ma non belle.

È stato interessante sentire odori, toccare, ascoltare, provare ad orientarmi non vedendo nulla…  È stato utile utilizzare i sensi che solitamente trascuravo.

Una volta dentro, BUIO. Tengo gli occhi aperti ma a malapena riesco a fare un passo. Mi sento come paralizzata. Un sentimento di frustrazione mi invade da capo a piedi.

Perché non riesco a vedere nient’altro che nero?! Mi fanno male gli occhi, talmente è intenso questo colore! Sembra trapassarmi la cornea.

Il nero è nero solo per me? Penso che sia relativo, magari i non vedenti non sanno nemmeno di che colore sia il nero.

Mille pensieri mi scorrono per la testa, veloci, troppo veloci per farmi fermare. Agitazione, tristezza, dolore… Troppi sentimenti in un solo istante.

Passa qualche minuto prima di riuscire ad abituarmi alla situazione. Mi tranquillizzo. Respiro e cerco di abbandonarmi a quelle nuove sensazioni.

Paura del nuovo? Paura della mancanza di qualcosa? Paura per me, o per gli altri già nella situazione? Pietà? Non saprei rispondere a tutte queste domande, l’unica cosa che posso dire è che sono stata colpita. Questo percorso, se fatto con mente e corpo, ti cambia.

“Non occorre vedere per guardare lontano”. Questa citazione riassume pereffettamente il mio pensiero una volta alla luce.

Guardare e vedere sono due cose diverse. Guardare è rivolgere il pensiero a qualcosa, o qualcuno, non implica solamente uno dei sensi.

Vedere invece implica l’organo della vista. Possiamo guardare anche con il cuore o con la mente, non solo con gli occhi. La cosa più importante che ho imparato da questo percorso è stata guardare (e ascolotare con la mente), non solo vedere.” Simina

“Nella freneticità della vita quotidiana ci soffermiamo mai a pensare a realtà differenti dalla nostra? Abbiamo mai riflettuto sul fatto che, in mancanza di uno dei nostri cinque sensi (che noi riteniamo scontati) si possa ugualmente comunicare con gli altri e con il mondo che ci circonda?

Per rispondere proprio a questi quesiti, mercoledì 11 novembre, ci siamo recati presso l’istituto dei Ciechi, al fine di partecipare all’esperienza proposta dalla mostra “Dialogo nel Buio”. L’esercizio, che prevedeva un percorso di un’ora in un luogo completamente buio ed accompagnati da una guida cieca dalla nascita, non aveva l’obiettivo di simulare la cecità, ma di capire in maniera profonda come la realtà e la comunicazione fossero più intense in mancanza di luce.

Divisi in piccoli gruppi di otto persone, alle ore 15 circa, abbiamo iniziato la nostra esperienza; in primo luogo, ci è stato consegnato un bastone per non vedenti e, successivamente, abbiamo incontrato la nostra guida, una signora di nome Claudia. La nostra accompagnatrice, sebbene non riuscissi a vederla, sembrava attenta alle nostre necessità e felice di condurci lungo il percorso; in principio, inoltre, ho provato ad immaginare quale fosse la sua età e, quando ci ha stretto la mano, come si presentasse fisicamente. Al termine dell’esperienza, mi sono accorta che l’immagine che mi ero creata di Claudia rispecchiava in parte la realtà.

Dopo la breve presentazione della guida è iniziata la nostra vera e propria esperienza in “Dialogo nel Buio”; la mostra, strutturata in stanze, cominciava con l’ambiente rappresentante il bosco. Il particolare che ha subito attirato la mia attenzione all’interno della camera era il cambiamento di pavimentazione, elemento a cui, normalmente, non avrei dato alcun peso. La variazione del suolo dal parquet ai sassolini e, in seguito, all’erba mi ha quasi infastidito; non riuscendo a vedere, infatti, non capivo dove collocare i piedi in modo sicuro per evitare di cadere. In questo primo pezzetto di stanza, infatti, ho rischiato di inciampare più di una volta. Dopo aver annusato le piante ed ascoltato il rumore del bosco, abbiamo attraversato un piccolo ponte traballante; in seguito, ci siamo accomodati su di una panchina. In questa parte di stanza, l’azione che più mi ha messo in difficoltà è stato sedermi; non vedendo il luogo esatto dove mi dovessi appoggiare; in questo caso specifico, l’aiuto di Claudia è stato fondamentale; lei, infatti, ha consigliato a noi tutti un modo semplice e veloce per prendere posto.

Aperta la porta che conduceva dal bosco alla stanza seguente, ci siamo ritrovati in un ambiente marittimo; la parte che ho preferito di questo spazio è stata la barca, siccome mi è parso di provare proprio la sensazione di una veloce escursione in gommone. In questa stanza, inoltre, ho notato di avere meno difficoltà a sedermi rispetto che nel primo luogo; probabilmente, in maniera inconscia, il mio corpo e la mia mente si stavano abituando ad interagire con il mondo circostante senza fare leva sulla vista. Un’altra sensazione degna di nota che ho provato in questo ambiente, inoltre, era l’impressione di vedere lo spostamento di luce durante l’apertura delle porte collocate tra una stanza e l’altra; nel buio più totale, paradossalmente, mi sembrava di vedere.

La terza camera in cui siamo entrati era allestita come un salotto, arredato con un grande tavolo rotondo. In questo ambiente abbiamo avuto la possibilità di toccare una scritta e capire quello che effettivamente vi fosse dichiarato; è stato sorprendente, difatti, rendermi conto di essere in grado di leggere senza vedere le lettere. La parte più divertente del salotto, a mio avviso, è stata però la cartina geografica raffigurante l’Italia, in quanto ho trascorso diversi minuti per riuscire a capire dove fosse collocata la città in cui vivo.

Aperta la penultima porta, ci siamo ritrovati nella città, l’ambiente che probabilmente conosciamo meglio. Il rumore, secondo me, era la caratteristica principale della stanza stessa; questo, infatti, è stato la guida lungo il mio percorso sensoriale nella metropoli. Nonostante la sagoma di auto e moto presenti nell’ambiente, il frammento che meglio ricordo era la zona del fruttivendolo; lì, infatti, ho avuto la conferma che, per interagire con il luogo che ci circonda, la vista non è indispensabile.

Toccando e odorando le differenti tipologie di frutta e verdura, infatti, mi sono resa conto che, sebbene non le potessi vedere, ero comunque in grado di riconoscerle.

Ultima tappa del percorso, inoltre, è stata svolta al bar; qui, ognuno di noi, ha avuto la possibilità di provare a sorseggiare una bevanda senza utilizzare la vista, riconoscendo quindi il contenitore al quale appoggiarsi usando solamente le mani.

L’esperienza proposta da “Dialogo nel Buio” è stata molto interessante e divertente allo stesso tempo; attraverso essa ho potuto riflettere sulla comunicazione visiva, tipologia di relazione che siamo abituati ad usare quotidianamente. Questa metodologia di divulgazione è sicuramente immediata da recepire ma, la maggior parte delle volte, non lascia spazio alla nostra immaginazione. Un esempio di questa affermazione potrebbe essere la pubblicità: essa, la maggior parte delle volte, ci propone dei prodotti che ci appaiono perfetti; a volte, però, sarebbe bello immaginare come quell’oggetto sia, fantasticando senza limitazioni.

Per quanto riguarda strettamente il percorso proposto, inoltre, volevo aggiungere un pensiero. Dal punto di vista pratico, infatti, mi immaginavo che il tragitto fosse collocato all’interno di un lungo corridoio, in cui ci saremmo disposti in un fila indiana che non sarebbe mai stata rotta. La possibilità di poter vagare liberamente è stata una piacevole sorpresa: questa, infatti, mi ha permesso di instaurare un rapporto con l’ambiente circostante e con gli altri componenti del gruppo.” Chiara Girelli

“Dialogo nel buio. Sentendo il nome, ottieni una vaga idea di quello che sta per arrivare. (…) Un grande shock , ma dopo i primi cinque minuti mi sono abituato. Mi ha sorpreso, però, perché ero in grado di tenere gli occhi chiusi per più di 5 minuti. (…)” Giannis Nikolaidis

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