Una sciarpa Invisibile

Continuano le suggestioni progettuali, tramite racconto, con Gaia Dognini, Michela Casalinuovo, Mattia Armenio 😉

Sciarpa

La mattina era una delle solite, un freddo grigio entrava timido dalla finestra ancora appannata dall’umido della doccia. Il paesaggio esterno non ricordava nemmeno lontanamente il verde esotico delle piante nel suo paese, quei colori e quelle forme che ispiravano tranquillità e leggerezza, lo aiutavano ad affrontare le giornate nella sua terra madre. A Milano sono assai diversi i colori, le persone, la vita…le architetture imponenti sovrastano, insieme alla cultura, il verde e gli spazi vivibili…quelli a misura d’uomo, ma non un uomo represso, ma bensì l’uomo che vive di luce e colori, un uomo innamorato della vita e delle opportunità di tutti i giorni.

Questo è quello che è stato tolto alla città e poi alle persone che lui incontrava ogni giorno nel suo cammino.

Il percorso è sempre quello per raggiungere quel lavoro che gli permette di sopravvivere, schiacciato dagli obblighi di una società malata e incoerente ma che, allo stesso tempo, gli permetteva di ovviare a tutte quelle spese assurde che ogni mese influiscono e non danno scelta alcuna.

Scappato da una realtà così inquinata non si aspettava di diversi mettere a confronto con dei problemi così, in apparenza superficiali, ma nel profondo immensi.

Lo sguardo delle altre persone che incontrava sempre non si è mai incrociato al suo, ognuno avvolto della propria sciarpa invisibile camminava spedito e con lo sguardo basso, talvolta fasciato talmente, che la ricerca di un sorriso o di un semplice gesto diveniva irrealizzabile.

L’animo delle persone di quel tragitto era come quello di qualcuno che aveva perso la curiosità, l’amore per lo sconosciuto e la diffidente determinazione a tirare dritto, dritto verso quella meta nascosta e lontana dalla società.

I visi, i colori della pelle, dei capelli, la camminata e ovviamente gli indumenti, erano così diversi tra di loro. Ognuno così distante dall’altro che sottolineava la diversità di tutte queste culture frammentate all’interno di una realtà che non appartiene a nessuno, una dimensione nuova che rende chiunque, anche l’indigeno, vittima di quella strana quanto assai curiosa sensazione di trovarsi sperduti, lontani da casa.

Quella volta però tutto era diverso, qualcosa era cambiato e gli sguardi erano alti, i passi non erano pesanti e spediti con quella solita fretta nevrotica di una marcia militare. I marciapiedi non erano più piccoli e inattraversabili, i muri di recinzione di quel luogo erano stati abbattuti, la strada aveva un suono diverso, i colori erano mutati, c’era spazio per tutti, nessuno escluso con nessun pretesto.

Improvvisamente quelle teste senza viso avevano un’identità, riusciva a vedere finalmente gli occhi e i sorrisi.

C’era qualcosa nelle direzioni dei percorsi, un cambiamento così semplice ma a sua volta così di impatto.

Ognuno seguiva quel suolo diverso e si lasciava trasportare da quei cambiamenti che attraversavano quello spazio diverso dal solito, aperto…aperto a tutti! Quanto era bello vedere come le aree erano più grandi ma allo stesso tempo non allontanavano le persone, anzi…le portava, in maniera ignara, più vicine che mai, come un mondo per tutti.

Giurerebbe di aver anche visto delle piante, tante piante…

Tutto però era diverso perché era un sogno.

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