Tenera è la notte

Miranda Biondi e Luca Cremona ci raccontano E’ la mia solita strada 😉

«Non dominavano la scena né in quanto individui né in quanto folla, si poteva dire. La dominavano come si potrebbe fare con un’opera d’arte, per misteriosa che sia: nessuno riusciva a cogliere il significato di questa stanza, dato che stava mutando, si stava trasformando in tutto ciò che una stanza non è; viverla era come camminare su una scala mobile molto scivolosa. Nessuno ci riusciva, se non comportandosi come una mano che cerca di raccogliere dei vetri rotti – un atteggiamento di cui vi abbiamo già parlato. Era un modo di agire che limitava e caratterizzava quasi tutti. »

Fitzgerald Francis Scott, Tenera è la notte, Milano, Baldini Castoldi Dalai editore S.p.a, edizione 2011, p.172, traduzione di Alessio Cupardo.

 

È la mia solita strada.

È la mia solita strada. Quella che attraverso ogni giorno, lungo il solito marciapiede, verso la solita fermata del bus, quando conto i passi perché ho bisogno di ascoltare me stesso e lasciar fuori il traffico e il cielo. Resto solo. Resto solo con lo sguardo fisso sul muro alla mia sinistra fin quando non incontro quello di un passante e tutti i rumori che avevo allontanato ritornano nell’aria. Sfioro allora il muro alto, rosso, e sotto le mie dita sento i diversi materiali che cercano il loro spazio, che lottano tra loro. Penso alla sua imponenza che mi fa compagnia nella quotidiana ricerca dei miei pensieri, che scappano dalle voci della città, e mi ritrovo ad immaginare di combattervi, di spostarlo, girarlo e di desiderare di annullarlo.

E’ venerdì sera, è la mia solita strada, è il mio solito muro e le mie mani lo sfiorano ancora, familiari.

Guardo a terra come sempre, conto i passi, ma il muro mi tradisce, sfugge alle mie mani, finisce prima del tempo, prima che io abbia raggiunto il numero di passi che conosco, che ripeto ogni giorno. Si interrompe e mi costringe ad alzare lo sguardo, a trovare il coraggio di scoprire cosa c’è intorno a me, ad uscire dalla sicurezza del mio silenzio.

Il vuoto nel quale le mie mani si sono perse è l’ingresso di un mondo nuovo, che mi rapisce, che mi affascina, che mi stupisce. Non c’è nulla della mia città, nulla che possa ricondurmi a qualcosa che ho già visto, che ho già provato. Ci sono però le solite persone, visi che mi appaiono conosciuti, che hanno sempre fatto da sfondo a ciò che vivevo ma che adesso faccio fatica a riconoscere. E’ come se anche loro si fossero scrollati di dosso l’invisibilità che li contraddistingueva per conquistare un ruolo da protagonisti, per raccontare ciò che era, per godere di ciò che ora è. E adesso ognuno può rivendicare il proprio posto, può chiedere un aiuto, può riceverlo.

Ognuno può rivendicare la propria volontà, la propria appartenenza, la propria cultura e che delimitano le aree in cui si può lavorare, quelle dove si può leggere un libro, quelle dove semplicemente ci si incontra nella bellezza di questa felicità condivisa.

E ancora si può studiare e mangiare un gelato e bere un caffè e sento una palla che rimbalza contro un muro, a tratti sempre più forte e sempre più vicino, e apro gli occhi e mi sveglio.

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