Alla scoperta di una casa privata

La casa biologica DSCF0981

Natura come filosofia di vita: progettazione Feng Shui e costruzione in legno per la nuova casa dei “signori Remedia”.

Questa casa è la concretizzazione architettonica e costruttiva di una filosofia di vita.

La natura, l’immersione in essa ed il contatto diretto con la sua forza: questi sono i temi alla base del progetto.

Per tutte le persone coinvolte nel lavoro c’è stato un assorbimento totale, ciascuno si è lasciato conquistare da un’idea nuova e assoluta facendola propria: dalla progettazione alla realizzazione, ogni fase ha risposto ad un necessità, quella di mantenere il legame uomo-terra nella sua forma più rispettosa, ma anche funzionale ad entrambe le parti in gioco, l’essere umano appunto e Madre Natura. (…)

Continua a leggere nel comunicato… 😉 😉

Comunicato_Casa REMEDIA_01

Piccolo blu e piccolo giallo

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Nel 2006 sono andata per la prima volta alla scuola materna della mia primogenita per leggere una storia, scelsi proprio Piccolo blu piccolo giallo di Leo Lionni e per coinvolgere al meglio il piccolo pubblico mi presentai con un pallino di carta acetata blu e uno giallo (quella trasparente) e su uno sfondo bianco resi tridimensionale il racconto.

Nel 2009 rifeci la stessa scena per la secondogenita tirando fuori da una scatola, a fine lettura, anche tanti pallini di altri colori da far ‘abbracciare’ e far nascere tanti, tantissimi colori.

Il prossimo inverno sarebbe il turno di lettura nella scuola della terzogenita e già mi stavo immaginando il possibile sviluppo della lettura, quando leggo sul giornale una notizia incredibile: il libro viene considerato ambiguo, ‘gender’, dal neo-sindaco di Venezia e quindi è finito sigillato in uno scatolone insieme ad altri 48 titoli di altrettanta importanza e bellezza!!!

Mi sfogo con un’amica:

Sai Elsa, avevo scelto questo libro perché la tata di Anna mi aveva chiesto di leggere qualcosa che parlasse di differenza e di integrazione – tema molto caldo nella nostra multietnica società e se affrontato nel modo giusto e da piccolissimi può divetare una ricchezza infinita e non qualcosa che ti fa paura.

I due pallini di Lionni mi erano sembrati perfetti!

Ognuno ha la sua identità, il suo colore primario di appartenenza, colore che rappresenta la famiglia, l’origine, la classe sociale, gli usi culturali e molto ancora, insieme giocano e si divertono così tanto da volersi abbracciare – l’abbraccio è un altro tema importante, riuscire a perdersi in un abbraccio è una competenza che va assolutamente acquisita 😉 – nel farlo e senza rendersene conto diventano qualcosa d’altro, un nuovo straordinario colore (colore secondario). Però in questa veste non vengono riconosciuti dai loro cari (che disperazione e quanti pianti!!!), si sono sciolti di dolore e nel farlo si sono accorti di non aver perso la loro identità primaria e di saper gestire anche la secondaria e tutte quelle possibili future e impreviste che possono arrivare ‘abbracciando altri colori’ primari, secondari o….

Ed ecco che in un abbraccio di colori c’è un racconto fatto d’amore, di individualità, di conoscenza, di apertura verso il diverso, di accoglienza, di individualità ritrovata e maturata e di girotondi di emozioni.

Che paura nei volti dei bambini quando piccolo verde non viene riconosciuto né dalla famiglia blu, né da quella gialla, che respiro di sollievo quando il pianto disperato del pallino verde ha separato nuovamente le particelle gialle da quelle blu, che forte senso di disagio da parte delle famiglie che non hanno riconosciuto il proprio pallino solo perché abbracciato ad un altro.

Questo è diseducativo???

Questa perfezione grafica che affronta magistralmente temi complessi deve finire in uno scatolone????

Agito il libro, la mia amica viene quasi colpita e nel schivare l’urto mi abbraccia.

Chissà che colore siamo le sussurro nell’orecchio.

😉 😉

Fondazione Prada

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Durante il mio soggiorno milanese ho avuto modo di visitare Fondazione Prada, inaugurata a maggio. 

Mi sono commossa!

E’ uno spazio incredibile, l’ennesima magia di Rem Koolhaas. Quell’uomo, dal curriculum eclettico, è davvero un, forse il, maestro dell’architettura di questo secolo, in grado di stabilire teorie, strategie, sinergie e sorprendenti armonie.

Mi sono ritrovata davanti a un intervento singolare, dal nome Prada ma collocato in un’area milanese industriale, lontana dal lusso, che vuole accogliere un centro d’arte ambizioso e privo di vestiti se non le elegantissime divise del personale e di molti visitatori – come dice la mia amica Antonella “forse la gente pensa di dover vestire Prada per poter visitare la Fondazione!” 😉

Le architetture esistenti – costruzioni di poco valore – sono state nobilitate con finiture pregiate; le nuove costruzioni sono manifesto di semplicità e sperimentazione materica. Dalle foglie d’oro al plexiglas, dal travertino alla schiuma di alluminio (presa in prestito dal mondo militare) non si percepisce contrasto, ma profondo equilibrio, elegante dialogo.

Mi sono sentita come una bambina al Luna-Park, dove tutto è possibile.

Se Dio sta nel dettaglio, Fondazione Prada è un tempio di citazioni, intuizioni, soluzioni magistrali.

Un posto dai palazzi d’oro, dove il marmo sembra volare, va visitato per forza!

😉

 “Cité Radieuse”, comunità radiose

Per affrontare l’emergenza alloggi che caratterizzava il secondo dopoguerra, l’idea di Le Corbusier era di invadere le periferie urbane con edifici-transatlantico, autosufficienti quanto una nave, un nuovo modo di vivere la città o meglio di ricreare delle micro-città.

La sua invasione non è avvenuta, alcuni modelli di unità di abitazione furono realizzati in altre città (ne realizzò cinque, a Marsiglia, Firminy, Nantes, Briey – en – Foret, Berlino), ma l’esperienza fu presto archiviata come un folle insuccesso.
Tuttavia l’unità di Marsiglia, dopo un iniziale declino, ha goduto di un inaspettato rinascimento diventando l’icona di se stessa.

Architetti e intellettuali, hanno trasformato il mostro architettonico in luogo di culto da visitare, da vivere. Tale sorte è condivisa da alcuni capolavori dell’architettura contemporanea: schifati o disprezzati dalla gente comune ma non dagli addetti ai lavori!

Io per prima nel visitarla, dopo averla studiata per anni, mi sono emozionata come una bambina, felice di confermare il modulor, di verificare i 5 punti del maestro e di godere delle sue magnifiche abilità formali e spaziali!!!

Una architettura sociale mi ha fatto pensare al momento storico che stiamo vivendo, siamo del bel mezzo di un era “social”…nello stare in questa nave mi è sembrato che Le Corbusier abbia anticipato facebook con una primordiale versione reale che con il tempo si è perfezionata in digitale…vediamo se anche i social andranno alla deriva e diverranno spazi culto o se saranno capaci di evolversi seguendo le emergenze variabili, ma costanti, di creare dei contatti e di formare delle comunità…radiose!!!

😉

Wikipedia: “L’Unité d’Habitation de Marseille (Unità di abitazione di Marsiglia) rappresenta una delle realizzazioni pratiche delle teorie di Le Corbusier sul nuovo modo di costruire la città ed è uno dei punti fondamentali di arrivo del Movimento Moderno nel concepire l’architettura e l’urbanistica. L’Unità di abitazione, alta 18 piani, è composta da una successione di 337 appartamenti, quasi come se fossero stati costruiti in serie e poi assemblati, a testimoniare la sua idea, secondo la quale la casa si sarebbe dovuta trasformare in una “macchina per abitare”, adeguandosi al periodo storico rivoluzionato dall’invenzione delle macchine, nel quale possono abitarvi fino a 1500 persone.

Ogni unità abitativa è del tipo “duplex”, cioè disposto su due livelli diversi accessibili mediante una scala interna. Gli ingressi sono disposti lungo un corridoio-strada situato ogni due piani. Al settimo e ottavo piano sono presenti una parte dei servizi generali necessari alla popolazione (asilo nidonegozilavanderiaristorante, ecc.), in modo da eliminare, secondo la teoria di Le Corbusier, il salto dimensionale tra il singolo edificio e la città, cosicché il primo divenga un sottomultiplo della seconda. Per lui non esiste una sostanziale distinzione tra l’urbanistica e l’architettura e la sua attenzione si è rivolta a studiare un sistema di relazioni che, partendo dalla singola unità abitativa, intesa come cellula di un insieme, si estende via via all’edificio, al quartiere, alla città, all’intero ambiente costruito.

Un’altra innovazione è rappresentata dal tetto abitabile (o tetto giardino, secondo i celeberrimi “Cinque punti“), il quale, grazie all’utilizzo del calcestruzzo armato, può essere adibito a diverse funzioni sociali e sarebbe potuto divenire, secondo le idee dell’architetto, un enorme giardino pensile. Osservando il basamento si può notare l’adozione dei pilotis, a forma di tronco di cono rovesciato, per sorreggere tutto il corpo di fabbrica, separando le abitazioni dall’oscurità e dall’umidità derivanti dalla collocazione a terra, ma, soprattutto, rinunciando definitivamente alle mura portanti e quindi affidando il sostegno del solaio ai soli pilastri. L’ennesima intuizione si può evincere dall’arretramento degli stessi pilastri rispetto al filo dei solai. Questa tecnica consente uno sviluppo della facciata indipendente dal resto dell’appartamento e in particolare permette l’utilizzo di finestre a nastro, capaci di scorrere lungo la parete e di fornire un’illuminazione eccellente.

L’Unità di Abitazione fu realizzata su incarico del Ministero dell’Urbanistica e della Ricostruzione francese nel 1946, a fronte della disastrosa situazione in campo edile del secondo dopoguerra. Questa fu la prima delle cinque unità progettate da Le Corbusier, prima di esse, però, l’architetto svizzero incontrò molte difficoltà nel realizzare queste sue idee quasi “rivoluzionarie”. Quel nuovo modo di concepire l’architettura suscitò spesso accesi dibattiti e subì violente stroncature. Nel realizzare piani urbanistici, i suoi progetti si rivelarono avanti, rispetto al corso dei tempi, di almeno trent’anni.”

MuCEM

Musée des Civilisations de l’Europe et de la Méditerranée

Arrivati dall’alto, dal porto di Marsiglia, verso il bastione a dx guardando il mare, un pezzo delle mura che circondavano la città…

…saliti da una lunga scala ed ecco un ponte, una sorta di bacchetta, poco più di una trave a T, addolcita, sagomata, nella sua semplicità potente, ci ha fatto passare sopra una strada ed entrare in un micro-mondo sul mare, ma ancora non si vedeva il museo!

Un’altra passerella, uguale si dirige verso il mare, man mano che si attraversa si intravede il “guscio”, una sorta di pizzo metallico, un filtro per la luce di una città mediterranea, una protezione per la distribuzione al museo, genera una terrazza molto suggestiva, rimanda ad una cattedrale a cielo aperto, un’icona…

…emozione forte, visi distesi, il progetto riesce a  stupire!

Bravo Rudy Ricciotti

😉

senza panchina= senza ubriaconi?

PanchinaAssente

La prima volta che sono venuta a Parma mi sono subito persa nelle viuzze del centro scoprendo quella che sarebbe diventata la mia piazzetta preferita: oltretorrente (e gli oltre per me sono sempre stati carichi di fascino alternativo), piccina, raccolta, triangolare, al centro un bronzeo Padre Lino, alberi, panchine….perfetta!

Quando, anni dopo, abbiamo deciso di trasferirci in questa città io mi immaginavo di vivere li, o poco più in là.

Purtroppo nessuna casa in affitto ci ha accolto in quella zona, ma con la scelta di comprare pochi sono stati i dubbi sul dove!!!

Nel mentre la piazzetta era stata mutata, un intervento delicato, rispettoso, l’aveva coinvolta: un innesto, una addizione, un nuovo suolo ligneo si era appoggiato sui sampietrini alzandosi a formare tavoli, sedute, giochi…bello!

Manutenzione scarsa e, dicono, usi impropri hanno portato al suo smontaggio nemmeno due anni dopo… nessuna panchina è stata rimessa…niente….spontaneamente la piazzetta si è trasformata in un parcheggio!

Qualche giorno fà l’hanno recintata per lavori….la speranza si è riaccesa nel quartiere, ma dopo un’indagine la risposta che ci è stata data è sempre la stessa:

“le panchine non le mettiamo perchè altrimenti ci si siedono gli ubriaconi!”

Sconforto e disappunto…

Oltre a essere una appassionata utente del quartiere, una amante delle piazzete dei centri storici, insegno Urban Design e cerco di sensibilizzare i ragazzi allo spazio pubblico, agli usi, alle utenze, al fascino e alle problematicità della complessità, indaghiamo, studiamo casi per cogliere cosa può generare o meno certe situazioni, schivando la semplificazione da bar e il qualunquismo…

…ed ecco che ci ritroviamo davanti a una amministrazione che per non far sedere la comunità africana, amante della birra a qualsiasi ora, decide di togliere le panchine…nella logica di via il dente, via il dolore e poco importa se comprometti il sorriso. Nella semplificazione che l’estetica sia superflua e svincolata dal resto…

Mando un appello:

designer di tutto il mondo cerchiamo di progettare panchine a prova di ubriacone, fornite di qualche accessorio, tecnologia o sensore che si attivi alla presenza di un bevitore…se ci riusciamo almeno 4 le abbiamo piazzate!!!

Finisco con un pensiero al povero Padre Lino… prima intrattenuto dagli abitanti della zona che sostavano in classiche panchine da centro storico, poi illuso con un intervento che ha aumentato la fruizione coinvolgendo molto anche i bambini e ora è lì, solo, curvo in una distesa di macchine!

Spiritualità olfattiva

Fiori-di-Campo

Ogni volta che vado nella casa di nonna passo a salutare la sua immagine fissa, sorridente, che voltata un po’ verso destra si rivolge al nonno (unica lapide nera di tutto il cortile)…

“i nonnetti si guardano mamma”

osservano divertite le mie bimbe…ed è così, rivolti uno verso l’altra, partiti il solito giorno a vent’anni di distanza, continuano a essere in contatto, egocentrico lui, riservata lei posizionata in un angolo, ci regalano una diagonale di unione…e tutt’intono eccoli lì i volti della mia infanzia…li riconosco, alcuni invecchiati, altri meno, sono affissi su un pezzo di marmo nella loro posa migliore, addolciti da un vaso fiorito rigorosamente di plastica!!!

Fiori da omaggio di presenza effimero, vitale, profumato…si trasformano in qualcosa di fisso, artificiale, sterile…

e con le candele che sono elettriche, ecco che la mia spiritualità olfattiva viene stravolta!!!

Guardo la nonna mentre la omaggio di un mazzetto di fiori di campo…sono sicura che lei apprezzerà…e alche il nonno nel guardarla!

I pidocchi non vanno in vacanza o meglio…

Pidocchi

I pidocchi non vanno in vacanza o meglio…ci vanno sulle teste dei nostri figli!!!

Ieri, primo giorno di vacanza ufficiale per le bimbe

Emma-prima figlia-scorpione si alza grattandosi la testa in modo strano…con insistenza e dinamismo tipico dei cani…mmmmm

“Emma ma hai i pidocchi?” chiedo come se lei potesse in qualche modo darmi una risposta attendibile

“No mamma, secondo me mi hanno punto delle zanzare in testa” risponde lei cercando di rassicurarmi

Tutti quelli che mi conoscono sanno la mia viscerale avversione per questi piccoli esserini, parassiti del capello…questo per la fatica che generano, l’operazione pidocchi, non tanto nel trattamento teste, ma piuttosto nella disinfestazione casa è estenuante!!!

Quest’anno scolastico l’avevamo scampati con un piano semplice ma ben strutturato:

1_ultimo risciacquo dei capelli con aceto di mele

2_tutti i giorni due goccine di un miscuglio di olii essenziali appena sveglie

3_capelli legati in orario scolastico

Ma l’ultima settimana, verso la luce della vacanza, ha portato a un atteggiamento più morbido, un passaggio di aceto dimenticato, due goccine non posizionate a dovere et voilà…..

ma ecco che i mie schemi saltano quando mi accorgo che Elsa-seconda figlia-cancro, che usa quotidianamente la stessa spazzola di Emma, non ha nulla!!!

Meglio ovviamente, ma ancora una volta mi trovo davanti a una realtà: ogni cosa che ci accade non è legata alla sola meccanica, alla circostanza, o….ma c’è molto altro…c’è qualcosa di inspiegabile che fà andare in vacanza tutti i pidocchi sulla testa di Emma schivando quella di Elsa…che magie!

E quindi?

L’anno prossimo devo essere più meticolosa, rigida, precisa e non mollare sino in fondo aceto e goccine o mollare tutto dall’inizio e come va va?

Con questo dubbio vi saluto e vado a fare un “girotondo pidocchioso”…ma almeno estivo!

😉