“Perdersi, l’unico modo per ritrovarsi”

Oggi sono Edoardo Fiorentino, Francesca Fraccaro e Barbara Marinello a raccontarci una storia…

Questa storia comincia con Morgan Viewskin, un personaggio senza età, dall’aspetto strava­gante e surreale. Una parte del suo nome, organ, fa riferimento agli organi, in particolare quelli percettivi della vista e del tatto o pelle (l’orga­no più grande che abbiamo) che ci permettono rispettivamente di vedere, scrutare, osservare, captare, toccare, percepire, premere, sfiorare, maneggiare. Questi due organi percettivi li ri­troviamo nel suo cognome, Viewskin dove view sta per vista e skin sta per pelle, e sono gli or­gani che fanno da filo conduttore per il nostro concept progettuale che si basa sulla ricucitu­ra a livello zero della pavimentazione di Porta Genova e sulla percezione sia visiva che tatti­le, data da un suolo texturizzato, con materiali e colori ben chiari e visibili, per direzionare i flussi di pedoni in Porta Genova e migliorare la sicurezza di questi ultimi.

Morgan non sta più nella pelle… O meglio, nel­la skin…. E vuole che raccontiamo la sua perso­na, la sua avventura, e come è venuto a cono­scenza di Porta Genova.

Morgan Viewskin è un personaggio senza età, ha viso liscio come quello di un neonato e delle mani rugose e segnate dal tempo e dal lavoro come quelle di un anziano falegname. Indossa sempre una maglia a righe bianche e rosse e dei pantaloncini fatti con alghe marine. I suoi capelli sono rossi come un tramonto infuocato e i suoi occhi cristallini come il mare. Morgan vive proprio al mare, ormai da 350 anni e il suo giaciglio è anche il suo migliore amico: un vecchio faro parlante bianco e rosso come la sua maglietta, fisso e immobile ormai da se­coli sull’isola delle nuvole, un’isola solitaria in mezzo al mare, coperta sempre da banchi di nuvole e nebbia, con due soli abitanti: faro e Morgan. Faro era in cemento dipinto di rosso e bianco, illuminava sempre le uscite in bar­ca di Morgan per permettergli di ritrovare la strada di casa ma un bel giorno Morgan esce al largo con la sua barca ma al ritorno perde la rotta e non riesce più a scorgere la luce del suo giaciglio-amico faro parlante. Naviga per giorni e giorni senza cibo ne acqua in mezzo al mare, in mezzo al nulla e una sera si ad­dormenta stremato e la mattina si ritrova in mezzo ad uno strano corso d’acqua molto più stretto e torbido del mare dell’isola delle nu­vole: si tratta del naviglio di Porta Genova ma Morgan ancora non lo sa. Decide di esplorare questi corsi d’acqua e arriva fino in Porta Ge­nova, lascia la sua barca e inizia ad esplorare questa strana citta: Milano, si così si chiama!! Alcune persone lo scrutano e lui fa lo stesso con loro, altre nemmeno lo notano, cammina­no velocemente per andare chissà dove, pensa Morgan, parlano, brontolano, ridono al telefo­no, urlano, guidano auto nel traffico, suonano clacson, inciampano sul pavé sconnesso, men­tre Morgan li scruta immobile e stupido, al centro del piazzale di Porta Genova. Tra tutta quella folla però, Morgan non riesce a trovare il suo caro amico faro e così, triste e sbigottito, cammina per la città lentamente e a testa bas­sa fino a quando, la sera, si ritrova di nuovo sul piazzale di Porta Genova, probabilmente aveva vagato tutt’intorno, e viene abbagliato da una luce che illumina percorsi pedonali con strisce colorate rosse e altre luminose che non c’erano durante la sua visita diurna. La gente che passa di lì ora sembra comportarsi come lui: osserva, ammira stupita e incredula que­sta nuova pavimentazione mai vista prima. Morgan stupito, capisce di aver ritrovato il suo amico faro: cemento, strisce rosse e luce par­lano di lui, vivono di lui e pensa : eccoti faro! La tua luce sembrava avermi abbandonato per un attimo ma ora eccoti qui con me in que­sta strana città popolata da persone strane che questa mattina erano cupe e tristi e ora sono felici e soddisfatte della tua opera!

Tenera è la notte

Miranda Biondi e Luca Cremona ci raccontano E’ la mia solita strada 😉

«Non dominavano la scena né in quanto individui né in quanto folla, si poteva dire. La dominavano come si potrebbe fare con un’opera d’arte, per misteriosa che sia: nessuno riusciva a cogliere il significato di questa stanza, dato che stava mutando, si stava trasformando in tutto ciò che una stanza non è; viverla era come camminare su una scala mobile molto scivolosa. Nessuno ci riusciva, se non comportandosi come una mano che cerca di raccogliere dei vetri rotti – un atteggiamento di cui vi abbiamo già parlato. Era un modo di agire che limitava e caratterizzava quasi tutti. »

Fitzgerald Francis Scott, Tenera è la notte, Milano, Baldini Castoldi Dalai editore S.p.a, edizione 2011, p.172, traduzione di Alessio Cupardo.

 

È la mia solita strada.

È la mia solita strada. Quella che attraverso ogni giorno, lungo il solito marciapiede, verso la solita fermata del bus, quando conto i passi perché ho bisogno di ascoltare me stesso e lasciar fuori il traffico e il cielo. Resto solo. Resto solo con lo sguardo fisso sul muro alla mia sinistra fin quando non incontro quello di un passante e tutti i rumori che avevo allontanato ritornano nell’aria. Sfioro allora il muro alto, rosso, e sotto le mie dita sento i diversi materiali che cercano il loro spazio, che lottano tra loro. Penso alla sua imponenza che mi fa compagnia nella quotidiana ricerca dei miei pensieri, che scappano dalle voci della città, e mi ritrovo ad immaginare di combattervi, di spostarlo, girarlo e di desiderare di annullarlo.

E’ venerdì sera, è la mia solita strada, è il mio solito muro e le mie mani lo sfiorano ancora, familiari.

Guardo a terra come sempre, conto i passi, ma il muro mi tradisce, sfugge alle mie mani, finisce prima del tempo, prima che io abbia raggiunto il numero di passi che conosco, che ripeto ogni giorno. Si interrompe e mi costringe ad alzare lo sguardo, a trovare il coraggio di scoprire cosa c’è intorno a me, ad uscire dalla sicurezza del mio silenzio.

Il vuoto nel quale le mie mani si sono perse è l’ingresso di un mondo nuovo, che mi rapisce, che mi affascina, che mi stupisce. Non c’è nulla della mia città, nulla che possa ricondurmi a qualcosa che ho già visto, che ho già provato. Ci sono però le solite persone, visi che mi appaiono conosciuti, che hanno sempre fatto da sfondo a ciò che vivevo ma che adesso faccio fatica a riconoscere. E’ come se anche loro si fossero scrollati di dosso l’invisibilità che li contraddistingueva per conquistare un ruolo da protagonisti, per raccontare ciò che era, per godere di ciò che ora è. E adesso ognuno può rivendicare il proprio posto, può chiedere un aiuto, può riceverlo.

Ognuno può rivendicare la propria volontà, la propria appartenenza, la propria cultura e che delimitano le aree in cui si può lavorare, quelle dove si può leggere un libro, quelle dove semplicemente ci si incontra nella bellezza di questa felicità condivisa.

E ancora si può studiare e mangiare un gelato e bere un caffè e sento una palla che rimbalza contro un muro, a tratti sempre più forte e sempre più vicino, e apro gli occhi e mi sveglio.

Una sciarpa Invisibile

Continuano le suggestioni progettuali, tramite racconto, con Gaia Dognini, Michela Casalinuovo, Mattia Armenio 😉

Sciarpa

La mattina era una delle solite, un freddo grigio entrava timido dalla finestra ancora appannata dall’umido della doccia. Il paesaggio esterno non ricordava nemmeno lontanamente il verde esotico delle piante nel suo paese, quei colori e quelle forme che ispiravano tranquillità e leggerezza, lo aiutavano ad affrontare le giornate nella sua terra madre. A Milano sono assai diversi i colori, le persone, la vita…le architetture imponenti sovrastano, insieme alla cultura, il verde e gli spazi vivibili…quelli a misura d’uomo, ma non un uomo represso, ma bensì l’uomo che vive di luce e colori, un uomo innamorato della vita e delle opportunità di tutti i giorni.

Questo è quello che è stato tolto alla città e poi alle persone che lui incontrava ogni giorno nel suo cammino.

Il percorso è sempre quello per raggiungere quel lavoro che gli permette di sopravvivere, schiacciato dagli obblighi di una società malata e incoerente ma che, allo stesso tempo, gli permetteva di ovviare a tutte quelle spese assurde che ogni mese influiscono e non danno scelta alcuna.

Scappato da una realtà così inquinata non si aspettava di diversi mettere a confronto con dei problemi così, in apparenza superficiali, ma nel profondo immensi.

Lo sguardo delle altre persone che incontrava sempre non si è mai incrociato al suo, ognuno avvolto della propria sciarpa invisibile camminava spedito e con lo sguardo basso, talvolta fasciato talmente, che la ricerca di un sorriso o di un semplice gesto diveniva irrealizzabile.

L’animo delle persone di quel tragitto era come quello di qualcuno che aveva perso la curiosità, l’amore per lo sconosciuto e la diffidente determinazione a tirare dritto, dritto verso quella meta nascosta e lontana dalla società.

I visi, i colori della pelle, dei capelli, la camminata e ovviamente gli indumenti, erano così diversi tra di loro. Ognuno così distante dall’altro che sottolineava la diversità di tutte queste culture frammentate all’interno di una realtà che non appartiene a nessuno, una dimensione nuova che rende chiunque, anche l’indigeno, vittima di quella strana quanto assai curiosa sensazione di trovarsi sperduti, lontani da casa.

Quella volta però tutto era diverso, qualcosa era cambiato e gli sguardi erano alti, i passi non erano pesanti e spediti con quella solita fretta nevrotica di una marcia militare. I marciapiedi non erano più piccoli e inattraversabili, i muri di recinzione di quel luogo erano stati abbattuti, la strada aveva un suono diverso, i colori erano mutati, c’era spazio per tutti, nessuno escluso con nessun pretesto.

Improvvisamente quelle teste senza viso avevano un’identità, riusciva a vedere finalmente gli occhi e i sorrisi.

C’era qualcosa nelle direzioni dei percorsi, un cambiamento così semplice ma a sua volta così di impatto.

Ognuno seguiva quel suolo diverso e si lasciava trasportare da quei cambiamenti che attraversavano quello spazio diverso dal solito, aperto…aperto a tutti! Quanto era bello vedere come le aree erano più grandi ma allo stesso tempo non allontanavano le persone, anzi…le portava, in maniera ignara, più vicine che mai, come un mondo per tutti.

Giurerebbe di aver anche visto delle piante, tante piante…

Tutto però era diverso perché era un sogno.

Diario di Wall

Ho chiesto ai miei studenti di scrivere una storia per raccontare il loro concept di progetto!

Volevo che traducessero in parole le loro suggestioni, innescando un processo di immaginazione in loro e in chi li legge.

Iniziamo con il racconto di Valentina Bagarotti, Antonella Milardi, Marta Stefanini

[che hanno analizzato lo Scalo di Porta Genova e ora stanno pensando a come migliorarlo prima che sia coinvolto dal macro-progetto di rigenerazione urbana Circle line]

***

Diario di Wall 16/12/2017

Come ogni mattina, prima dell’alba, lo stridio della frenata del treno mi strappa dal mio dolce sonno: ecco l’inizio di una nuova giornata. Mi chiamo Wall, sono nato qui 132 anni fa e fin da allora, ogni giorno è sempre il solito tran tran: il treno delle 5.50 proveniente da Mortara mi sveglia con fare brusco e, abituato ormai alla sensazione di essere improvvisamente precipitato giù dal letto, comincio le mie giornate in una delle più tranquille zone di Milano. Saluto il vecchio amico Tom, di qualche anno più giovane di me, ma con acciacchi da anziano in piena vecchiaia e aspettando che Muriel si svegli, le auguro il miglior buongiorno lanciandole un bacio volante che solo Tom può recapitarle. Il via vai di persone inizia a circolare da una parte all’altra della città. Nessuno si ferma in questo posto, nessuno ci osserva; veniamo ogni giorno percorsi in lungo e in largo come fossimo canali dove centinaia di persone scorrono come un corso d’acqua per raggiungere il proprio posto di lavoro, sbrigare i propri impegni e fare le proprie commissioni. Tutto ciò viene fatto nel minor tempo possibile, come una staffetta si fa stazione in tutti i posti che prevede il programma della giornata e si taglia il traguardo correndo a lavoro timbrando il cartellino.

La storia della mia vita inizia intorno agli anni ‘80 dell’Ottocento. Esattamente nel 1885 sono nato io, proprio qui dove ancora oggi vivo: Milano Porta Genova. Sin dai vecchi tempi svolgo lo stesso lavoro di Muriel, siamo funzionari della Stazione di Milano Porta Genova, come prevede la legge abbiamo il titolo di “Guardia Particolare Giurata” in acronimo “G.P.G”. Più semplicemente, svolgiamo il compito di proteggere la stazione e dintorni dal resto della città. Dopo tutti questi anni, fortunatamente reggo ancora sui miei piedi e anche se con qualche dolorino qua e là, un po’ di manutenzione nelle zone più fragili ormai inclinate, sono in grado di svolgere il mio lavoro serenamente e al fianco di Muriel. Tom fa un lavoro davvero difficile e duro, motivo per cui pur essendo più giovane di noi soffre di malesseri e dolori fisici che ad oggi non gli permettono più di operare . Anche lui funzionario della Stazione di Milano Porta Genova consentiva giorno e notte il transito delle persone da una sponda all’altra della stazione. Più esattamente, Tom era l’unico mezzo che permetteva di oltrepassare le barriere di protezione, cioè Muriel ed io. Lui era il collegamento più immediato, comodo e affascinante per le sue doti artistiche, in grado di portarti dall’altra parte della città. Tom con il suo lavoro ha conosciuto tantissime persone. In particolare c’è sempre stata una donna che non usava Tom per raggiungere l’altro lato della città, ma al contrario passava gran parte delle sue giornate su di esso. Lei si chiama Miky, una ragazza rumena di cui Tom si innamorò subito. Ogni mattina Miky arrivava dopo il risveglio dell’alba e fino al tardo pomeriggio restava insieme a lui. Lo puliva, lo lavava, si preoccupava del fatto che tutti fossero gentili con lui. Ancora oggi ricordo quel pomeriggio in cui dei giovani lanciavano delle bottiglie di vetro contro Tom; Lui era impotente, ma Miky lo difese fino a far scappare i ragazzi delinquenti che lo maltrattavano; lo medicò, lo ripulì e a fine giornata andò a casa. Due anni fa fu diagnosticata a Tom una brutta malattia alle ossa e da quel giorno fu mandato in pensione. Miky anche se non può più prendersi cura di lui, resta sempre al suo fianco e ricorda i tempi in cui insieme affrontavano intere giornate.

Muriel, come me, ha 132 anni. Siamo ormai entrambi vecchiocci, ma dal primo momento che ci siamo visti è stato un vero e proprio colpo di fulmine. Lei è bellissima, piena di energia, sorridente, solare anche nei giorni più cupi dell’inverno; passa tutte le sue giornate a lavoro senza mai lamentarsi di come sia pesante per una donna controllare e proteggere tutto il retro della stazione. Pur avendo la mia età, si mantiene molto più in forma di me: non ha bisogno di manutenzione, supporti, sostegni, o strane operazioni di cantieristica, cose che invece a me vengono sottoposte ormai da qualche anno. Siamo innamorati e mai in tutti questi anni ho pensato ci fosse qualcuna che potesse prendere il suo posto.

A differenza di quello che potrebbe sembrare, la nostra storia, non è una semplice storia d’amore come quella di Tom e Miky. Sia io che Muriel abitiamo nello stesso posto, svolgiamo lo stesso lavoro, ogni mattina ci svegliamo insieme e passiamo giorno e notte uno a fianco all’altra. Potrebbe sembrare che sia tutto normale: una coppia anziana, sposata e che L’amore che io e Muriel proviamo l’uno per l’altra, è amore vero, ma nello stesso tempo complesso. Qualcosa di estremamente lungo e invalicabile ci divide: si chiamano Bin e Ariel, sono i capi della ferrovia che sorvegliano i treni e permettono ad essi di partire e arrivare a destinazione.

Non ci siamo mai baciati, ne toccati ne sfiorati, noi possiamo solo guardarci; io e Muriel percorriamo esattamente il loro andamento per circa 1 km di lunghezza, siamo le loro guardie e destinati a stare ad una distanza che permetta lo svolgimento della loro attività, questo non ci farà incontrare: siamo paralleli, proprio come due binari.

Ovviamente sapevamo fin dall’inizio che sarebbe stata una storia impossibile, ma d’altronde, al cuore non si comanda e abbiamo vissuto giorno per giorno senza preoccuparci di come avremmo dovuto o potuto fare, ma con la speranza che un giorno sarebbe arrivato qualcuno che cambiasse le cose. Anche oggi la giornata è finita e ho concluso la pagina del mio diario. Saluto Muriel mandandole un bacio e come sempre le auguro la miglior buonanotte, do un colpetto a Tom già assopito e provo a dormire.

Proprio prima di addormentarsi Wall pensa:

“Chissà se un giorno qualcuno leggerà questa robaccia e sarà in grado di capire quello che vuole dire un muro, vecchio e quasi da abbattere; chissà se un giorno il mio amico Tom potrà tornare a sorridere, magari con la dolce Miky al suo fianco; chissà se un giorno io e Muriel potremmo stare insieme veramente; chissà se un giorno qualcuno potrà far risplendere questo posto, sarebbe come rinascere.”

***

La torta fucsia

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“Domani porto i miei ragazzi a Fondazione Prada!”

“Mamma ma sei proprio fissata con quel posto” ribatte prontamente la mia terzogenita, 6 anni, prima elementare.

“Ma hai capito che posto è? E’ quello con i materiali strani: la torre d’oro, un edificio fatto di specchio (dove ci siamo fatti una foto), che si può anche aprire e diventa cinema all’aperto, un volume realizzato con quel materiale con cui fanno gli aerei, è argentato e sembra una ragnatela (1), il pavimento in parte è fatto di tronchetti di legno – ci aveva detto mamma che un tempo era normale per gli edifici industriali e li producevano qualcosa di alcolico (2) -, e poi ci sono le luci nei corrimano e i bagni sono tutti ingusciati in una rete e per scoprire lo specchio devi trovare dove si apre,…ti ricordi?” prontamente interviene la seconda, 11 anni e mezzo, prima media.

La faccia della piccina svela ancora un punto interrogativo e un tentativo di collegare tutti gli input dati dalla sorella. Arriva in soccorso la primogenita, 14 anni, quarta ginnasio:

“si dai, ci siamo stati da poco, lo ha progettato un architetto (3) che prima era un giornalista e che è diventato molto amico della stilista (4) che piace a nonna, il loro incontro ha generato qualcosa di unico e allo stesso tempo ‘un classico’, come la famiglia dei Medici nel Rinascimento, il committente illuminato che intercetta il creativo giusto,…” si ferma, capisce che questa riflessione affascina me ma non aiuta per nulla la sorellina, ci riprova: “…, quello con il bar fantastico, tutto color pastello, con la carta da parati visionaria, le poltroncine comode comode che se ti siedi ti proietti in un altro mondo dove hai solo voglia di scrivere e/o disegnare, quel bar che mamma ci ha detto aver progettato il regista (5) del cartone animato, stra-bello, Fantastic Mr. Fox,…” pausa per trovare il dettaglio che possa aprire definitivamente il ricordo “mmm, dai dai dai, dove abbiamo mangiato quella torta buonissima color rosa fucsia”

Operazione riuscita! La lampadina si accende: “Ahhhh ho capito tutto! E ho capito anche perché mamma ci porta sempre i suoi studenti, mi ricordo una parete di velluto che se la toccavi diventava una lavagna, una grandissima vasca con dentro dei pesciolini amici di Nemo, c’era anche una sedia da dentista! e poi un cuore dentro un tombino che però ci hanno sgridato quando ci siamo avvicinate a guardarlo meglio…brava mamma, tornaci e presto porta ancora anche noi!”

Fondazione Prada Milano ha lasciato in ognuna un ricordo a seconda della loro età, sensibilità, conoscenza; dai materiali alle esposizioni permanenti e non, è innegabile che possa regalare tanti stimoli, spunti e visioni in uno straordinario balletto tra il brutto e il bello, il vecchio e il nuovo, il lussuoso e il povero. Io ci vado spesso, con i miei studenti, con la mia famiglia e mi sorprendo ogni volta a ‘rubare’ qualcosa di diverso e a magiare, sempre, la torta fucsia oltre a scattare il selfie di gruppo nel grande specchio!

😉

(1) schiuma di alluminio solitamente utilizzata per scopi militari

(2) distilleria di Gin

(3) Rem Koolhaas

(4) Miuccia Prada

(5) Wes Anderson

 

 

SurBan_presentare un progetto

Cristina e Francesco lo scorso anno sono stati tra i primi esploratori del Vigentino, appassionati e preparati, da subito mi hanno regalato delle visioni e raccontato delle suggestioni mature e oniriche.

Trovare il giusto equilibrio tra la sostanza e la leggerezza non è impresa facile per nessuno! All’interno del breve percorso fatto con me loro hanno brillato per questo 😉

E per questo li ho invitati al corso di quest’anno, per presentare un progetto ma soprattutto per presentare una presentazione: Come racconto una mia idea? Quali le parole che devo incrociare per essere efficace? Quando posso spaziare altrove e quando rientrare preciso sul punto? Posso scherzare? E riuscirò a trasmettere il progetto con la presentazione e un video di solo un minuto? …?

Credo che con il loro lavoro, e la loro presenza, Cristina e Francesco qualche dubbio siano riusciti a toglierlo…Grazie ragazzi siete speciali ;)))

Prof.

Silenzio!?

UrbanMappingOK

Nel visitare gli scali ferroviari di Porta Genova e Porta Romana abbiamo avuto la sensazione netta di un calo di rumore. Come quando stai ascoltando una canzone e cambi stanza, la città si è affievolita e siamo entrati in una dimensione acustica ovattata.

Il suono, spesso presente nella sua declinazione di rumore, è difficile da schermare, in ambienti interni e ancor più all’esterno.

In generale le strategie più utilizzate si basano sull’aggiunta di suoni, invertendo il concetto di diminuzione abbinato alla sottrazione, ascolto la musica per annullarne le ventole dell’impianto di condizionamento.

Il ‘rumore bianco’ è diventato un vero e proprio strumento di progettazione!

Lunedì scorso, parlando con il prof. Guido Tattoni – che ha tenuto un’interessante lezione di Soundscape nel mio corso – siamo arrivati a parlare di Silenzio.

[Con silenzio si intende la relativa o assoluta mancanza di suono o rumore]

Il silenzio assoluto si può raggiungere solo all’interno di un artificio, in quelle che vengono chiamate stanze anecoiche.

E’ cosi?

Se si riesce a togliere tutto ci si accorge che l’orecchio istintivamente si raffina, diventa più sensibile e va alla ricerca delle sfumature più profonde sino ad arrivare a sentire forte e chiaro il battito del proprio cuore e il flusso del sangue…

Se si riescono ad annullare tutti i suoni esterni, naturali o artificiali, si scoprono quelli interni e quindi: NON si raggiunge il silenzio!!

Ma essendo un concetto relativo lo possiamo declinare e quindi raggiungere…

…mi viene in mente uno scritto di Andrea Bajani: «Bisognerebbe vedere come l’uomo tratta il mare per tirarne fuori il sale e bisognerebbe dividere in vasche anche il silenzio. Estrarlo dalla terra, aspirarlo dai boschi quando è notte, raccoglierlo a secchielli dalle cantine…. Bisognerebbe fare come si fa con il mare, e dopo avere diviso il silenzio in vasche aspettare, sapendo che l’attesa sarà ricompensata».

Attesa.

E’ lo stato in cui sono gli scali.

Attesa silenziosa.

Pausa.

Ascoltiamola.

Usiamola per percepirne un ritmo.

La città come un corpo umano può silenziarsi ma comunque genera dei suoni minimi legati alla sopravvivenza.

Ripartiamo dall’ascolto – o dalla sopravvivenza – e vediamo dove ci porta….

***Grazie al prof. Tattoni per aver portato in aula questo affascinante argomento!!!

I want to be free

Lunedì scorso abbiamo continuato a camminare.

Cammina, cammina, siamo arrivati allo Scalo di Porta Romana*.

In linea d’aria è uno degli scali -coinvolto nel progetto Circle-Line – più vicini al Duomo, eppure, aperto il cancello ci siamo trovati in un altro mondo: luce forte, diretta, nessun filtro, vento, e il nulla davanti a noi, sembrava di essere nella Terra di Mezzo del Signore degli Anelli! ma come orizzonte, invece di montagne scure e tenebrose, c’è Fondazione Prada che fa’ il suo occhiolino dorato sullo sfondo argentato degli specchi del cantiere Symbiosis, WOW!

Cammina, cammina, abbiamo attirato l’attenzione di alcune persone che vivono li; ci sono due modi per vivere nello Scalo di Porta Romana: 1_sei stato selezionato dal Centro di prima accoglienza francescano gestito da Suor Maria, che usa degli spazi che la Ferrovia ha dato in comodato d’uso 2_dormi a cielo aperto, o meglio sotto un albero oppure in micro spazi creati assemblando materiale di riciclo.

Se dormi fuori non puoi farti la doccia da Suor Maria e nemmeno mangiare con loro, “è importante il rispetto delle regole” afferma determinata la suora tra una benedizione e una perla di saggezza.

Siamo stati avvicinati/accolti da Lamin.

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Lamin ha 35 anni, è laureato in Psicologia sociale, bell’aspetto, look impeccabile, parla perfettamente 4 lingue, è musicista, viaggia da anni in giro per l’Europa e da 4 è a Milano, i primi due ha vissuto dai francescani ma ora “he wants to be free”.

In un cerchio al sole abbiamo ascoltato la sua storia, abilmente raccontata passando da una lingua all’altra per enfatizzare aneddoti o meglio definire il clima delle situazioni narrate. Lui dorme sotto l’albero, al mattino appena sveglio raggiunge degli amici che hanno una casa, si fa la doccia, lì lava anche i vestiti, e poi esce. Vuole parlare con la gente, vuole provare a capire come mai sono così in pochi a parlare con lui.

Poi dal suo zainetto ha tirato fuori un libro, un libro che parla dei caratteri delle città italiane, una edizione specifica per imparare la lingua anche attraverso alcune sfumature culturali. Insieme abbiamo letto “Milano: la città della fretta”. Forse è per questo che in pochi parlano con me? Perché hanno fretta?

Domanda retorica e risposta abusata per allontanarlo, la verità vera è che Lamin è un uomo nero e un immigrato.

Lui definisce IMMIGRAZIONE una parola politica e ci chiede di provare a concentrarci sulle persone, su di lui, su tanti altri come lui, provare a parlare!

Basterà parlare Lamin? Perché non sei rimasto a dormire dentro Lamin? Perché non ti sei fatto trovare un lavoro e creato un ruolo Lamin?

“I want to be free, e voglio essere ascoltato!” questa in sintesi la sua risposta 😉

Sentirsi liberi è un ottimo punto di partenza se si parla di spazio pubblico, ma quali sono le regole del gioco per farlo?

Un gioco che stiamo cercando di giocare con il corso di Urban Design di quest’anno…grazie ragazzi per la vostra passione 😉

*Sempre un grazie enorme a Paola e a FS Sistemi Urbani per la generosa accoglienza nei loro spazi ?

Mi chiamo…Miki

Lunedì scorso, con i miei studenti del corso di Urban Design, abbiamo visitato lo Scalo di Porta Genova*.

Lo abbiamo camminato. Capite le dimensioni, gli affacci, i vincoli e ascoltata la sua vocazione di vuoto dal recente passato dinamico e ora in attesa, abbiamo proseguito la nostra passeggiata nel quartiere.

Mi ricordavo che da alcuni anni sulla passerella verde che collegava a via Tortona, c’era una signora che la puliva raccogliendo bottiglie e cartacce, spazzando e lavando. Silenziosa, affianco al suo panchetto poneva un cestino per chiedere un riconoscimento della sua operosità.

Ora la passerella è chiusa, si sarà trasferita nel passaggio realizzato qualche mese fa?

portagenova

Per rispondere a questa domanda abbiamo conosciuto Miki!

Miki ha circa 45 anni, è extracomunitaria, è arrivata 7 anni fa in Italia e non riusciva a trovare lavoro. Passando sulla passerella tutti i giorni si è accorta che era spesso sporca e se ne è presa carico. Spontaneamente ha iniziato questo volontario presidio fisso dalle 7:00 del mattino alle 16:00, tutti i giorni e poco alla volta si è creata una rete di persone che le hanno riconosciuto un ruolo: aiuta a rendere lo spazio pulito e più sicuro.

Molti i cittadini che le hanno confidato di sentirsi più tranquilli a fare questo passaggio da quando c’è lei! Tra i vari aneddoti ci ha raccontato di aver contribuito a evitare scippi e aggressioni. Portinai e baristi corrono in soccorso quando è necessario.

Dalla chiusura della passerella si è spostata nel passaggio, c’è meno traffico e il suo lavoro è diminuito ma le piace stare li. Le piace far parte di un quartiere, occuparsi di 100 mq urbani!

Un presidio spontaneo che per lei è diventato lavoro ma soprattutto integrazione!

Come ti chiami?

Ha esitato: “alcuni mi considerano una strega ma per i più io sono Miki e sono una persona buona!”

Innegabile che questa storia apra molti spunti di riflessione di larga scala ma noi ci siamo portati a casa l’intraprendenza e il senso di cura che genera appartenenza!

Grazie Miki!

*Grazie a Paola e a FS Sistemi Urbani per la generosa accoglienza nei loro spazi 😉

Camminando

Durante il corso di Urban Design in NABA andiamo alla ricerca di spazi non utilizzati o non al meglio del loro potenziale, luoghi definiti del “tra”, “in attesa”, senza un’identità propria ma avanzi di cambiamenti di funzioni o di stravolgimenti strutturali delle morfologie urbane.

Lo facciamo camminando!

(..) La prima operazione di lettura del territorio è proprio camminare. Percorrere uno spazio non è soltanto calpestare il suolo, ma agire su una struttura di comunicazioni, incrociare un palinsesto di culture, di codici territoriali, di grammatiche urbane, di modelli di antropizzazione schiacciati gli uni sugli altri. Camminare è leggere il mondo di oggi, ma anche dialogare con quello del passato, leggere i testi antichi del suolo e del territorio, che emergono da qualche fenditura, che parlano attraverso il disegno di qualche vecchia orditura. (…) _ Giancarlo Paba, Luoghi comuni, Franco Angeli Milano, 1998, p.52

Mappa del Viaggio a Tahiti, 1988
XVII Triennale di Milano Bovisa, Lucius Burckhardt

 

Quest’anno cammineremo negli Scali Ferroviari di Milano!

Affascinati dal progetto Circle-line e consapevoli degli anni (dai 10 ai 15) che serviranno per realizzare questa ambiziosa rigenerazione urbana, sarà nostro interesse affrontare il tema della loro attesa; capire come alcuni di questi luoghi possano riconnettersi con il tessuto senza costituire dei confini invalicabili, delle fratture, delle cicatrici da nascondere.*

😉

*processo già avvenuto in alcuni scali che andremo a studiare da vicino

Buon Viaggio!